Aree tematiche

Il culto gnostico della Maddalena

Dal mosaico di Otranto alle basiliche paleocristiane di Cimitile, attraverso opere letterarie ed architettoniche fino agli ultimi custodi, i Catari ed i Templari

(Sabato Scala)

Introduzione

In un precedente (doppio) articolo dedicato al mosaico di Otranto, intrigante e complessa opera musiva realizzata tra il 1163 ed il 1165 dal monaco Pantaleone della abbazia di Casole, abbiamo proposto un nuovo percorso interpretativo ripartito in due distinte fasi:

a. L'analisi del significato filosofico e teologico della macchina simbolica musiva effettuato attraverso gli stretti (a nostro avviso) legami tra il mosaico e gli scritti gnostici scoperti nel 1945 a Nag Hammadi con particolare riferimento al Vangelo di Filippo.

b. L'analisi del messaggio criptico dell'opera in chiave storica a partire da quello che poteva essere il punto di vista di uno gnostico, quale a nostro avviso era Pantaleone, collocato nel quadro della cultura medioevale del 13mo secolo. In particolare abbiamo illustrato la possibilità di leggere nell'opera un complesso messaggio nascosto che illustra l'origine e la fine della stirpe Merovingia collegandola attraverso leggende medioevali ed eresie di origine gnostica al viaggio di Maria Maddalena in Francia avvenuto dopo la morte di Cristo. In particolare abbiamo evidenziato lo stretto legame tra la corona del mosaico ed i re Merovingi con particolare riferimento a re Dagoberto II di Austrasia del quale vengono, a nostro avviso, chiaramente indicate la data di morte, le modalità, le cause ed il mandante del suo assassinio.

In questo nuovo lavoro proporremo un viaggio attraverso i documenti che avvalorano la chiave interpretativa storica proposta nella seconda parte del precedente articolo. Avremo occasione, proprio a partire dai suggerimenti che nascono da questi documenti letterari ed architettonici, di ampliare il quadro dell'analisi ed approfondire alcuni elementi simbolici dell'opera di Pantaleone non completamente sviscerati.

Prima di procedere, però, in questo nuovo viaggio attraverso l'opera, segnaliamo l'imminente, uscita del nuovo lavoro dell'amico Corona che ha, ormai un anno fa, ispirato le nostre ricerche ma che propone un percorso interpretativo radicalmente diverso dal nostro individuando nella chiave spirituale più che in quella teologico-politica il metro di lettura del simbolismo musivo. Il nuovo lavoro del Corona ricostruisce lo sfondo culturale in cui si forma l'opera di Pantaleone soffermandosi su interessanti aspetti quali la preghiera isicastica basiliana e l'ebraismo nell'Italia meridionale del tempo. Singolari sono i paralleli tra alcune raffigurazioni musive e brani danteschi della Divina Commedia.

La Legenda Aurea e la Maddalena

Il più antico documento che propone la incredibile storia della presenza della Maddalena in Provenza dopo la morte di Gesù, è la Vita di Maria Maddalena, opera pubblicata intorno al IX secolo da Rabanus Maurus arcivescovo di Mainz (Magonza), ma il testo che più ampliamente affronta questo tema e che aggiunge maggiori dettagli è di certo la Legenda Aurea scritta nel 1260 da Jacopo de Varagine. Qui di seguito proponiamo una sintesi ottenuta stralciando parti del libro quarto che l'autore dedica alla leggenda della Maddalena3.

Maria Maddalena prende il nome da Magdalo, un castello, nacque da nobile lignaggio e da genitori di sangue reale. Suo padre si chiamava Ciro e sua madre Euchasia. Lei con suo fratello Lazzaro e sua sorella Marta possedevano il castello di Magdalo, che sorge a due miglia da Nazareth e da Betania ... In quel tempo all'apostolo S. Massimino, che era uno dei 70 discepoli del signore cui fu affidata la Maddalena per ordine di S. Pietro, in seguito dopo che i discepoli furono partiti, S. Massimino, Maria Maddalena, Lazzaro suo fratello, Marta sua sorella, Marcella serva di Marta, e Santa Cetonia che era nata cieca e che aveva riacquistato la vista grazie al Signore, insieme ad altri cristiani furono catturati dai miscredenti e caricati su una barca priva di remi e timone perché affogassero. Ma la bontà di Dio onnipotente li condusse tutti a Marsiglia ... In seguito accadde che il principe della provincia e sua moglie fecero sacrifici per ottenere un figlio e Maria Maddalena che aveva parlato loro di Gesù Cristo gli impedì di compiere quei sacrifici ... allora il principe disse io e mia moglie saremo lieti di adempiere a tutte queste cose se tu riuscirai ad fare in modo di farci avere un bambino attraverso le preghiere al tuo dio ... il Signore ascoltò le sue preghiere e la donna concepì. Suo marito decise che sarebbe partito per andare da S. Pietro e verificare se era vero ciò che aveva ascoltato dalla Maddalena. Sua moglie ... gli chiese di portarla con lui. Dopo che ebbero veleggiato un giorno ed una notte vi fu una grande tempesta ... a causa del temporale e della tempesta il bimbo che portava in grembo morì ... Ahimè disse, cosa farò? Desideravo avere un figlio e ho perso moglie e figlio ... E pensarono che fosse meglio indirizzare la nave verso terra e seppellirlo lì per evitare che fosse divorato dai pesci del mare ... Quando giunse da Pietro, egli vide la croce sulla sua spalla e gli chiese chi fosse e perché era giunto fin lì, così egli gli raccontò tutto quanto era accaduto ... Quindi Pietro lo condusse a Gerusalemme e gli mostrò tutti i luoghi ove Gesù aveva predicato e fatto miracoli ed il posto ove aveva sofferto ed era morto e dove era asceso al cielo. Dopo che fu ben istruito nella fede da S. Pietro e dopo che furono trascorsi due anni egli ripartì per Marsiglia ... Veleggiando sulla rotta di ritorno giunsero, per volere di Dio, nel luogo in cui aveva abbandonato i corpi della moglie e del figlio ... Il piccolo che aveva ottenuto grazie a Maria Maddalena si alzò ed andò verso la spiaggia e come tutti i bimbi piccoli, prese delle piccole pietre e le lanciò in mare ... Quando il bimbo li vide, non avendo mai visto altre persone prima, ebbe timore e corse a nascondersi sotto il mantello della madre ... il padre sollevò il mantello e vide il bimbo che poppava al seno della mamma ... Allora prese suo figlio tra le braccia e disse: Oh Maria Maddalena ora io so e credo davvero che sei stata proprio tu a darmi mio figlio, lo hai alimentato e tenuto in vita due anni su queste rocce ora ridonami sua madre e riportala così com'era a me. A queste parole la donna iniziò a respirare e prese vita ... Giunsero in fretta a Marsiglia ... e trovarono Maria Maddalena che pregava con i suoi discepoli ... e le raccontò ciò che era accaduto ... ricevette, così, il battesimo da S. Massimino. Distrussero i templi degli idoli a Marsiglia e costruirono le chiese di Gesù Cristo. S. Lazzaro fu scelto quale vescovo di quella città e dopo di ciò si trasferirono ad Aix ... e lì S. Massimino fu ordinato vescovo ... Egesippo con altri libri di Giuseppe, concordano abbastanza con la storia narrata ... .Al tempo di Carlo Magno nell'anno di nostro signore 771, Gerard duca di Burgundia non aveva avuto figli da sua moglie sebbene avesse dato sempre elemosine e avesse costruito molte chiese e molti conventi. Dopo che ebbe costruito l'abbazia di Vesoul, egli e l'abate del convento spedirono un monaco per trovare e portare al convento, se possibile, le spoglie di Maria Maddalena. Quando giunse nella città la trovò distrutta dai pagani ... Poi, per fortuna, trovò il sepolcro ... quindi egli tornò ... Presto il duca ebbe un figlio dalla moglie ... Alcuni dicono che Maria Maddalena fosse sposata con San Giovanni quando Cristo lo chiamò dal matrimonio e quando egli fu chiamato via da lei ella si indignò per l'abbandono di suo marito e si diede ad ogni tipo di lussuria, ma poiché non era giusto che la chiamata di San Giovanni fosse occasione per lei di dannazione, nostro Signore la convertì ...

Non vogliamo entrare nel merito della attendibilità storica della narrazione, ma è evidente che quest'opera costituisce una incredibile commistione di tutte le tematiche e le leggende, più o meno antiche, che ruotano intorno alla Maddalena. La sua collocazione cronologica non distante da quella del mosaico e la presenza di testimonianze ancor più antiche che precedono di circa 200 anni la data di costruzione del mosaico, ci suggerisce l'esistenza di un complesso substrato consolidato di tradizioni legate alla presenza della Maddalena in Provenza e che certamente erano patrimonio del colto monaco casolano.

Le ipotesi interpretative avanzate, assumono una dimensione diversa anche osservando lo stretto legame tra il mosaico ed il Vangelo di Filippo, unico apocrifo che propone un legame tra Gesù e la Maddalena che andava ben oltre quello discepolo-maestro ("e spesso la baciava sulla bocca" Vang. Fil. 64,2).

Chi disponeva delle conoscenze esposte così in dettaglio nella Legenda Aurea, delle informazioni intriganti sulla centralità della Maddalena e sul suo rapporto privilegiato con Cristo tratte dal Vangelo di Filippo e comuni a tutta la letteratura gnostica, poteva a ragione collegarle così come abbiamo proposto nei precedenti lavori.

Ma andiamo a vedere nel dettaglio alcuni elementi che riteniamo rilevanti ai nostri fini:

- Nel testo viene chiaramente legata l'origine del nome Maddalena all'ebraico Magdal (torre) attraverso la discendenza della donna da una stirpe nobile ed il fatto che abitava in un Castello. Questa osservazione rende l'immagine della torre un ottimo sostituto simbolico della Maddalena chiaramente comprensibile al pubblico medioevale cui si rivolge Pantaleone. Di conseguenza l'associazione proposta tra la torre di Babele che campeggia nel mosaico e l'albero (simbolo della croce di Cristo nel Vangelo di Filippo) diviene più che legittimo. Non va dimenticato, inoltre, che Pantaleone raffigura una torre di Babele merlata tipica di un castello fortificato.

- La Legenda parla dell'arrivo della Maddalena in Francia e dei suoi rapporti con un principe del luogo legando la fede del principe alla nascita di un figlio dalla moglie sterile grazie alla intercessione della Maddalena. In questo quadro la leggenda sul capostipite della stirpe Merovingia, Mervee, nato dallo stupro della madre di Mervee ad opera del mostro marino denominato Quinotauro, poteva, a ragione, essere collegato alla Maddalena specie stante l'assonanza tra il nome del bimbo (Mervee appunto) e quello di Maria di Magdala.

- Il legame tra la leggendaria origine dei Merovingi, il Sangue Reale (Sang Real - SanGraal) e quindi il sangue di Cristo è avvalorato dalla incredibile storia del ritorno in vita prima del figlioletto e poi della madre. Il figlio, morto e poi tornato alla vita, nasce dal grembo di una madre morta ed in seguito tornata in vita, tutto grazie sempre alla Maddalena. Il bimbo sopravvive miracolosamente, per due anni privo di cibo. La sterilità dell'uomo, e la storia nel suo complesso, collegata al mare ed alla presenza solitaria del cadavere della donna per due anni nei pressi di una spiaggia sconosciuta, poteva essere legittimamente collegato al mostro Quinotauro ed allo stupro della moglie del primo re dei Merovingi fino ad allora rimasto privo di eredi. La mente sottile e teologicamente preparata dal substrato gnostico del Vangelo di Filippo, di Pantaleone, non doveva far altro che ricollegare il "rapporto particolare" della Maddalena con Gesù al bimbo che lo stesso principe riteneva, chiaramente, figlio "spirituale" della Maddalena.

- Il viaggio che il padre della Legenda compie verso Roma e successivamente verso Gerusalemme insieme a Pietro, descrive, chiaramente, l'itinerario di un pellegrinaggio che, in epoca di Crociate, pochi anni dopo la nascita dell'Ordine Templare sorto in difesa dei pellegrini diretti in Terra Santa, assumeva un significato simbolico particolarissimo. Per un uomo, come Pantaleone, folgorato dalla sua visione gnostica dovuta, forse, al possesso di una vasta biblioteca di testi ritrovati durante le missioni dei crociati, immerso e convinto del legame tra i Merovingi ed il Sang Real, vissuto fin da piccolo in una città che era porto fondamentale verso la Terra Santa poteva legittimamente essere visto come il ritorno della stirpe regale di Cristo alla sua terra finalmente riconquistata.

- Il matrimonio tra Giovanni e la Maddalena, precedente la sua chiamata all'apostolato, non fa altro che avvalorare la presenza di voci non ortodosse che ipotizzavano legami tra i discepoli e tra questi ed il Cristo, diversi da quelli puramente spirituali. Possiamo immaginare a quali conclusioni fosse giunto Pantaleone affiancando una simile ipotesi al rapporto stretto tra Gesù e la Maddalena chiaramente indicata nel Vangelo di Filippo.

- La Legenda indica in Aix la prima tomba della Maddalena, ma parla anche del trasferimento delle spoglie nell'abbazia di Vesoul nella parte centro orientale della Francia.

- La Legenda riporta anche alcuni miracoli compiuti dalle reliquie della Maddalena collegati sempre, a sterilità miracolosamente risolte e a persone miracolosamente tornate in vita. Il tema della fertilità e della resurrezione è chiaramente vincolato alla Maddalena e di conseguenza è logico ipotizzare un legame più o meno inconscio, tra i poteri miracolosi del Graal in grado di guarire ma anche di resuscitare i morti, il sangue di Cristo ed il grembo della Maddalena. In questo caso, però, c'è un chiaro substrato leggendario, dimostrato dal presente testo, che rende non solo legittimo ma pressoché automatico questo legame.

Una volta legittimato su base documentale, lo sfondo culturale e leggendario che riteniamo abbia guidato Pantaleone nella realizzazione del mosaico, passiamo ad analizzare l'elemento più enigmatico dell'opera: la raffigurazione di re Artù.

La leggenda di Re Artù nei documenti dell'epoca

Il richiamo esplicito alla leggenda arturiana, che nel mosaico di Otranto è segnalata dalla raffigurazione di Re Artù a cavallo di un caprone, non rappresenta affatto un caso isolato nel territorio pugliese, ma è cronologicamente preceduto e seguito rispettivamente, da altre due rilevanti opere architettoniche: la cattedrale di S. Nicola di Bari realizzata tra il 1087 ed il 1108 e lo stupendo ed enigmatico edificio di Castel del Monte realizzato tra il 1240 ed il 1250.

La chiesa di S. Nicola fu edificata per contenervi le spoglie del santo riportate il 7 maggio del 1087 in Italia dalla Terra Santa, grazie ad una ardita spedizione di alcuni mercanti. Le caratteristiche miracolose attribuite alle spoglie del Santo hanno non poche affinità con i poteri di guarigione attribuiti al Graal, ma l'aspetto più interessante di quest'opera è di certo, la raffigurazione di Re Artù insieme ad una rappresentazione stilizzata del nascondiglio della preziosa coppa4. Particolarmente interessante è la raffigurazione dei cavalieri in lotta armati alla normanna con scudo lancia e spadone che combattono ai lati di una costruzione a forma di torre munita di una vistosa serratura. La raffigurazione è stata collegata a quella simile del "Duomo di Peschiera" a Modena che reca i cavalieri del ciclo arturiano indicandone i nomi.

Diverso è il discorso per Castel del Monte. costruzione voluta da Federico II e che la leggenda vuole sia stata realizzata con il solo scopo di tenervi nascosta la preziosa coppa. Che la leggenda sia vera o meno, è certo che il Castello non sembra essere stato costruito né come dimora né come semplice fortezza e lo scopo pratico rimane ad oggi non chiaramente identificabile. La costruzione è ricca di simbolismi esoterici. Una leggenda vuole che i Cavalieri Templari5 avessero affidato il Graal all'Imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate.

A questo punto è interessante sapere quando fanno apparizione sulla scena letteraria, le storie connesse a Re Artù ed al Graal. La più famosa opera che parla del Graal risale al 1190 anno della pubblicazione del Perceval le Gallois ou le Compte du Graal ad opera di Chrétien de Troyes, ma la prima vera apparizione letteraria della storia di Re Artù è databile al 940 anno in cui furono pubblicati gli Annales Cambriae le cui storie coprono un arco di tempo di ben 533 anni a partire dal 447. Il testo che, però, dà origine alla leggenda di re Artù è la Historia Regnum Britannie opera di Geoffrey of Monmouth completato nel 1139. Possiamo, quindi, affermare con certezza che Pantaleone possedeva, anche da questo punto di vista, tutti gli elementi leggendari già ben formati che sono alla base delle leggende arturiane, ma resta da comprendere il motivo per il quale egli rappresenta il Re nel mosaico.

Re Artù nel mosaico: analisi tra storia e leggenda

Cominciamo subito dallo strano modo con cui Pantaleone scrive il nome di Artù nel mosaico e che abbiamo ricostruito nella immagine seguente:

Si nota subito il modo anomalo con cui sono state separate le lettere US e che pare vogliano indicarne un uso sia nella lettura della seconda riga che della terza. Altro elemento interessante è lo spazio che Pantaleone lascia tra la R e la U dell'ultima riga: tale spazio poteva essere utilizzato per inserire le due lettere US collocate all'esterno delle tre righe, eppure Pantaleone non ne approfitta: perché?

Sulla base di queste osservazioni, il testo segnato da Pantaleone contiene, la seguente dicitura:

REX ARTUS UR-US
 

che non può non suggerire la lettura:

REX ARTUS URSUS

A ben pensarci, e ragionando al contrario, se questa fosse stata la vera intenzione di Pantaleone, non poteva scegliere un modo più indicato per una rappresentazione, che pur contenendo il nome del re mantiene relativamente chiara ed accessibile anche questa seconda chiave di lettura.

Artus Ursus è il nome scientifico con cui viene indicato l'Orso Marsicano, diffuso in Italia ed il Grizzly tipico delle regioni americane, ma quale senso può avere? Chi era il Re Orso, quali documenti attestano un rapporto tra questo nome e Re Artù? Cominciamo con l'evidenziare una prima chiave di lettura basata, ancora una volta, su una lingua diffusa nel territorio francese e ricollegabile al periodo Merovingio: il celtico. In questa lingua art o arth ha il significato, appunto, di Orso, ed Orso era un nome tipico assegnato ai guerrieri più valorosi.

I Celti, infatti, avevano una vera e propria venerazione per questo animale dotato di impressionante potenza, ma le affinità tra i Celti e la storia di Re Artù non finiscono qui. La terra in cui sono ambientate le storie arturiane Avalon è un altro termine di origine celtica e significa Terra Sacra o Terra Santa. A questo punto è evidente che con la sua rappresentazione, Pantaleone suggerisce non solo la connessione tra Artù ed i Celti, ma anche un implicito rimando alla conquista della Terra Santa da parte delle truppe crociate, che pare essere l'unico elemento che non ha mai rappresentazione esplicita nel mosaico. Re Artù è quindi, il ponte tra il Re Orso, l'origine del nome ed il fine della sua missione: la riconquista della Terra Santa, obiettivo delle crociate.

A questo punto spostiamo l'attenzione su un'altra leggenda moderna, quella del Priorato di Sion, fantomatico ordine le cui origini sono narrate nel testo di Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln: Holy Blood, Holy Grail (Ed. Random House, 1982; tr. it. Il Santo Graal, Ed. Arnoldo Mondadori, Milano, 1982), ed in altre opere come quelle di Lionel Fanthorpe. Prima di addentrarci nelle ipotesi e nei presunti antichi documenti del priorato, inclusi in questo testo, vogliamo ricordare che sulla attendibilità del contenuto sono stati sollevati fortissimi dubbi che riguardano, non solo la falsificazione di documenti genealogici (sebbene fatta a partire da informazioni parzialmente vere) ma anche la controversa figura del personaggio chiave che si ritiene ultimo Maestro del fantomatico priorato e discendente dei Merovingi e quindi di Cristo: Plantard.

Tratteremo più approfonditamente l'argomento nel successivo paragrafo dedicato alla chiesetta di Rennes-le-Château, altro recente mito di cui si è spesso abusato. Tra le notizie riportate da questa novella leggenda c'è quella della fondazione del monastero di Orval da parte di un gruppo di monaci basiliani calabri guidati da un certo Principe Orso che, partiti intorno al 1090 si spostarono, stranamente, in Francia, nelle Ardenne, lì dove probabilmente fu ucciso Dagoberto II (personaggio a noi noto per i richiami nella interpretazione musiva). La strana storia è confermata anche dalla Catholic Encyclopedia che data al 1071 la fondazione dell'abbazia da parte di un monaco Calabro e del suo abbandono nel 1110.

Resta il problema della identificazione del misterioso Principe Orso che avrebbe guidato la spedizione. Prima di tutto va verificata la plausibilità di un simile nome in Italia nel periodo in esame. Cominciamo subito, con l'osservare che nel 1058 Goffredo di Buglione ed il Duca Guglielmo di Normandia invitati da Papa Stefano IX scendono in Italia meridionale giungendo fino alla Calabria. L'occupazione Normanna poneva fine a quella Longobarda. In questo periodo inizia a diffondersi un nome sconosciuto nelle terre meridionali e di chiara origine nordica: Ursus. Ecco di seguito uno dei primi documenti che attesta la presenza di questo nome in Campania (http://www.solofrastorica.it/Normanni.htm).

Il testo, datato ottobre del 1127, riporta un atto notarile effettuato di fronte al giudice Alferio in cui un tale Urso de Inga, figlio di Falco, divide i suoi possedimenti di Montoro e Sant'Agata:
Ante me Alferium iudicem de castro, quod dicitur Muntorium, Ursus, qui dicitur de Inga filius quondam Falconi, conuinctus est cum Urso filio suo, at dividendum inter se per convenientiam rebus stabilius, quas inter se habuerunt in eodem loco Muntorium et in tota pertinentiam eiusdem locis et quas habuerunt in pertinentia de vico quit de Sancte Agathe dicitur.

Al nome Ursus è legata l'origine della famosa famiglia Orsini che, cui secondo una tradizione appartenevano i papi Paolo I (787) ed Eugenio II (824) e cui di certo apparteneva Papa Celestino III (1191) figlio di Pietro Bobo. Un altro fondamentale documento è la 18ma epistola di S. Paolino vescovo di Nola databile al 398 e destinata al vescovo di Rouen in Normandia, nella quale Paolino parla di un cristiano di nome Orso confermando la presenza antichissima del nome in quella zona della Francia.

Quindi Ursus è un nome che ritroviamo in Francia e che è plausibile in Italia, nell'anno in cui viene collocato l'episodio del viaggio dei monaci Basiliani; esso è legato a nobili di origine normanna e fa la sua comparsa in coincidenza con la discesa di Goffredo di Buglione in Italia. La storia narrata è quindi attendibile relativamente alla fondazione del monastero e plausibile relativamente al nome del principe che guidò la spedizione dei monaci basiliani calabri.

Non può sfuggire, inoltre, il ritorno, nella storia, dei monaci Basiliani: basiliano era lo stesso Pantaleone. Ma perché un gruppo di monaci Basiliani doveva recarsi a fondare un monastero in una terra così lontana e proprio nel territorio di Goffredo di Buglione? Il fantomatico Re Orso, potrebbe ragionevolmente essere lo stesso Goffredo di Buglione, infatti sembra logico desumere che sia stato proprio quest'ultimo, dopo la conquista dell'Italia meridionale e della Calabria, ad invitare i monaci presso i suoi possedimenti in Francia. Ciò che manca è, però, ancora una volta, il legame tra il Buglione ed il principe Orso. Stando a quanto narra il citato volume di Baigent, Leigh & Lincoln, Goffredo di Buglione era un discendente della stirpe dei Merovingi. Di seguito indichiamo l'albero genealogico della famiglia di Goffredo6:
 


Goffredo di Buglione (1062-1100)

Eustacchio II (1030 - 1093)

Eustacchio I (1004 - 1049)

Ugo di Plantard (____ - 1015)

Giovanni I (____ - 1020)

Ugo I (951 - 971)

Sigisbert VII (____ - Abt 980)

Bera VI "The Architect" (____ - 975)

Arnaud (____ - 952)

Guglielmo III (874 - 936)

Gugliemo II (____ - 914)

Sigisbert VI "Principe Ursus" (____ - Abt 885)

Ildedrico I (____ - 867)

Bera V (794 - 860)

Argila (775 - 836)

Bera IV (755 - 813)

Gugliemo or Guilhelm (____ - ____)

Bera III (715 - 770)

Sigisberto V (695/698 - Abt 766)

Sigisberto IV (676 - 758)

Dagoberto II (651 - 23 DEC 679)

Sigisberto III (629 - 656)

Dagobert I "the Great" (605 - 19 JAN 639)

Clotario II DI NEUSTRIA (584 - 629)

Chilprico I (523 - 584)

Clotaire I "the Old" (497 - 561)

Clovis I "the Great" (Abt 465 - 27 NOV 511/514)

Childerico I (436 - 26 NOV 481/484)

Merovee "il giovane" (Abt 415 - 457)

Clodio (380/395 - 448)

Faramondo o Faramundo (Abt 370 - 427/430)

Marcomiro (Abt 347 - 404)

Clodio (Abt 324 - 389)

Dagoberto (Abt 300 - 379)

Genebaldo (Abt 262 - 358)

Dagoberto (Abt 230 - 317)

Walter (Bef 298 - 306)

Clodio III (Bef 272 - 298)

Barthero (Bef 253 - 272)

Hilderico (Bef 212 - 253)

Sunno or Huano (Bef 186 - 213)

Faraberto (Bef 166 - 186)

Clodomiro IV (Bef 149 - 166)o

Marcomero IV (Bef 128 - 149)

Odomiro o Odomar (Bef 114 - 128)

Richemero (____ - 114)

Ratherio (____ - 0090)

Antenore IV (____ - 0069)

Clodomiro III (0003 - 0063)

 

 

Sempre stando ai documenti del fantomatico priorato, Sigisberto VI, il Principe Ursus, condusse una rivolta infruttuosa contro il re Luigi II: la storia riporta la rivolta ma non parla né di Sigisberto, né, tantomeno, ricorda l'appellativo di Principe Orso. Goffredo potrebbe, da questo punto di vista, essere a ragione ritenuto il legittimo discendente del principe Orso, sempre a patto che la genealogia sia attendibile e che il principe Orso sia davvero esistito. In questa ipotesi (quella di Plantard riportata nel testo di Lionel Fanthorpe) Sigisberto IV figlio di Dagoberto, non sarebbe deceduto nell'agguato che vide la morte del padre, ma scampato avrebbe continuato a vivere di nascosto dando origine all'albero genealogico illustrato.

Una cosa è certa la leggenda che lega Mervee alla Maddalena è incompatibile con l'anno dell'arrivo ipotetico della Maddalena in Francia (35 d.c.), da cui la data di nascita ipotetica di Mervee dista ben 380 anni. Se si fosse voluto dar credito, nel I Secolo, alla leggenda, la connessione corretta doveva essere con Clodomiro III (ferma restando la cautela sulla attendibilità della genealogia). Resta il dubbio che, sulla base di questa leggenda, Pantaleone possa aver rappresentato simbolicamente l'"Albero genealogico", al centro della sua opera.

Torniamo, però, alla raffigurazione di re Artù nel mosaico. Che senso ha la cavalcatura del caprone? Il cavalcare la capra era, nel Medioevo, un modo di dire abbastanza diffuso per indicare una persona che parla o agisce in modo sciocco, riportiamo a riguardo due emblematici esempi d'uso della locuzione7:
Mi pare che ser Bernabò, disputando con ser Ambrogio cavalcasse la capra inverso il chino (Decamerone II,10) / Gli facean cavalcare la capra delle maggiori sciocchezze del mondo (Ibidem VIII,9)

Non va trascurato nemmeno lo scettro di Re Artù che sembra, invero, essere una verga da pastore. La scena, insomma, sembra voler sottolineare o l'atteggiamento sciocco di Artù, oppure quello di coloro che credono alla sua leggenda.

Il Gatto con gli stivali, Parsifal ed Excalibur nel mosaico

Interessante è la presenza di un altro personaggio fantastico: il Gatto con gli stivali posto innanzi la capra cavalcata da Re Artù. Il Gatto, notoriamente, trasformò, con le sue furbate, il suo povero padrone, di lignaggio tutt'altro che nobile, in un principe consentendogli anche di pervenire a nozze con una nobildama, e consolidando, così, una stirpe nobile nata da un raggiro.

Esistono due problemi, il primo è, evidentemente, il senso che Pantaleone vuol dare a questa storia fantastica, anche alla luce di quanto si è detto, il secondo, invece, è la constatazione che la storia, che sembrerebbe apparire per la prima volta nei racconti del poeta napoletano Gianbattista Basile intorno al 16 secolo, esisteva invece già ben 400 anni prima.

A nostro avviso, anche in linea con l'interpretazione delle storie arturiane proposta da David Lodge, il gatto con gli stivali non ha solo la funzione immediata che abbiamo dato ma anche una funzione implicitamente sessuale e suggerisce, ancora una volta, che qualunque chiave di lettura dell'opera musiva non può prescindere da questo parametro, ricordato, in forma più o meno esplicita, fin troppo spesso nel mosaico: basti ricordare la donna nuda che cavalca uno dei due lunghi rami alla base dell'albero (a destra in alto in figura).

La raffigurazione si completa con i due elefanti di sesso diverso (vedi i due cerchi che li contrassegnano) che sorreggono l'intero albero ritratti nell'atto dell'accoppiamento), evidenziato anche dalla protuberanza che dall'animale di destra si infila sotto la coda di quello a sinistra.

Per comprendere la storia di re Artù non ci si può limitare ad osservare ciò che si narra o si vede nel mosaico (Re Artù che cavalca la capra), ma bisogna spingersi oltre cercando di "ascoltare" l'opera. Non a caso, dietro Re Artù c'è la figura di Parsival nudo (con chiaro riferimento alla purezza e mancanza di preconcetto che deve precedere la interpretazione) che porta la mano alla bocca nell'atto di gridare a Re Artù qualcosa.

Ma la purezza di intenzione non è sufficiente, è necessario tener conto che la regalità di Artù gli viene dalle opere del furbo gatto, che rampante gli mostra il modo per pervenire al trono pur non avendo sangue reale: la spada Excalibur.

Resta, però, da capire dov'è nascosta la spada nel mosaico: la figura successiva la mostra, credo, con fin troppa evidenza ed è lo stesso Re Artù che ci indica il posto in cui è conficcata. La spada è, quindi, lo stesso albero conficcato nell'altare. Quindi l'albero è la Croce (nell'interpretazione gnostica), la genealogia (in quella storica) e la spada (in quella leggendaria e simbolica) insieme. Il suo manico è il Graal ed il grembo che dà vita nell'incontro casto (i due elefanti come indicato nel precedente lavoro) alla nuova stirpe regale trasformando un principe che in realtà non lo era (Clodomiro III, se si vuol credere alla genealogia) in un re la cui stirpe discende direttamente da Gesù attraverso la Maddalena (la torre - Magdal compagna-Miriam dell'albero-Yoshua).

E' ancora una volta il vescovo di Nola S. Paolino che avvalora la nostra ipotesi attraverso una delle sue più comuni metafore: la coppia Croce-Albero. Questa metafora era, per Paolino, talmente scontata che nella dodicesima lettera datata 398 non si premura nemmeno di spiegarla:
... ritrovati in conseguenza di un albero (la Croce), ritrovati per opera di una vergine ... (Epistolario Paolino, Lettera 12,4)

Un altro interessante particolare è relativo alla "roccia" in cui è infissa la spada ed al Graal. La forma che prende la mitica coppa nell'opera Parzival di Wolfram von Eschenbach del 1220, è una pietra (lapsit exillis, o lapis exillis), con il significato probabile di "pietra della morte" che è stata associata, forse non a torto, alla pietra filosofale alchemica.

L'obiettivo dichiarato di Wolfram è di correggere la versione di Chrétien de Troyes che, a dire dell'autore, non contiene tutte le informazioni disponibili, ma, cosa singolare, la storia ampliata e corretta, secondo Wolfram, gli viene da un certo Kyot di Provenza (identificabile in Guiot de Provins), monaco templare.

Nella storia il Graal-pietra è custodita da un gruppo di Cavalieri (Templari) che Wolfram definisce <<uomini battezzati>> in un Castello (e chissà che proprio questi racconti non abbiano ispirato a Federico II il progetto di Castel del Monte). Ma quello che appare l'elemento più singolare della storia è sicuramente la figura di Cundrie il <<messaggero del Graal>>, che Wagner sostituì secoli dopo (1882) con Kundry, e che non esitò ad identificare con la Maddalena. Il personaggio, infatti, come la Maddalena porta un'ampolla di balsamo (che rievoca il Graal) con cui lava i piedi dell'eroe asciugandoli (proprio come la Maddalena) con i suoi lunghi capelli. Che Artù, nel mosaico, indicandoci il punto in cui è infissa Excalibur-albero voglia indicarci che il segreto del Graal va ricercato in quella roccia?

Il segreto dei Templari nel mosaico

L'ordine dei Templari fondato da Hugo de Paganis nel 1118 per difendere i pellegrini e la stessa città di Gerusalemme, ha una parte rilevante nel mosaico anche se non direttamente evidente. L'elemento simbolico che meglio rappresenta l'Ordine nell'opera è di certo la scacchiera di 8x8 = 64 quadrati bianchi e neri la cui collocazione alla base dell'albero, affiancata al medesimo cervo ferito(vedi figura in altro a destra) che appare anche nella corona e che abbiamo già analizzato nel precedente lavoro, è tutt'altro che casuale. La scacchiera è uno dei principali simboli templari.

Abbiamo supposto che il cervo nella corona del mosaico rappresenti Dagoberto II trafitto al capo da una lancia durante una battuta di caccia10. Nella corona del mosaico il Sagittario scaglia la freccia che uccide il cervo; in questo caso chi scaglia la freccia è Diana cacciatrice. Si è detto (vedi precedente articolo) che il cervo della corona rappresenta sia Dagoberto che il figlio leggendario Sigisberto IV11.

Qui, invece, gli animali sono due, il primo appare ferito e morente (vedi il capo reclinato) ma il secondo appare in fuga (vedi la gamba sinistra alzata) e per di più è rappresentato come un cervo dal volto d'uomo. La stessa Diana ci riporta al culto storicamente accertato dei primi Merovingi (Merovee e Clodoveo) per la dea cacciatrice. Interessante è anche constatare che il cervo morente ha in testa, com'è normale che sia, vistose corna simbolo della sua regalità (infatti "corona" ha una etimologia ebraica derivante da KRN, Keren), mentre il cervo che sfugge a Diana, con la testa d'uomo, ha sulla testa la scacchiera simbolo Templare.

Egli quindi, ed il personaggio che rappresenta, Sigisberto IV, diviene il Re o primo Gran Maestro dell'ordine Templare (che è insito nel simbolo della scacchiera). Quindi alla base della spada c'è l'episodio con il quale i mandanti dell'omicidio di Dagoberto II ritenevano di aver estinto la dinastia dei Merovingi, legittima titolare del trono di Francia, e, attraverso la leggenda della Maddalena e di Gesù, anche di quello di Israele.

In realtà, sempre volendo dar credito alla leggenda ed alle genealogie di Plantard, la discendenza dei Merovingi sopravvive con Sigisberto IV fino a Goffredo di Buglione che attraverso la conquista di Gerusalemme completa il progetto di riunificazione dei legittimi regni12.
Ma torniamo alla scacchiera. La leggenda vuole che il simbolo sia legato ai nascondiglio del mitico tesoro del Tempio di Salomone che sarebbe entrato in possesso dei Templari insieme ad altre importanti reliquie come il Graal fisico (la coppa dell'ultima cena), la croce di Gesù e la Sacra Sindone. E' interessante notare come la scacchiera con le sue 64 celle (8x8) sia davvero simbolicamente legata al mitico Tesoro da un famosissimo documento scoperto nel 1945 a Qumran: il Rotolo di Rame.

Questo rotolo contiene, in forma più o meno esplicita, 64 luoghi nei quali sarebbero stati seppelliti i tesori del Tempio, forse per sottrarli al saccheggio Romano. Milik, personaggio centrale nella storia dei ritrovamenti e delle ricerche sui papiri qumraniani13, condusse tra il 1959 ed il 1960, una serie di scavi in alcuni dei luoghi indicati nel rotolo senza alcun successo, tanto che lo stesso prof. Moraldi, massimo studioso italiano dei rotoli, insieme ad altri studiosi finì per credere che l'opera fosse solo un componimento letterario simbolico in cui il tesoro aveva un valore esclusivamente metaforico.

Se i Templari fossero venuti in possesso del Rotolo, la storia delle ricerche da loro condotte in Terra Santa avrebbe un saldo fondamento.

Inoltre se il, Rotolo di Rame fosse entrato in loro possesso, quale oggetto poteva essere più indicato a simboleggiare la mappa del tesoro del Tempio se non la scacchiera?

E' anche interessante notare come Pantaleone effettui un particolare accostamento formale e cromatico tra la scacchiera bianca e nera, con la quale rappresenta la Torre a sinistra dell'Albero, e la scacchiera bianca e nera del mosaico, alla base dell'albero ed nel cavo della coppa-Graal, rappresentata metaforicamente dai due rami curvi.

Se, come crediamo di aver dimostrato, Pantaleone entrò in possesso del Vangelo di Filippo, opera gnostica conosciuta solo dopo i ritrovamenti del 1947 a Nag Hammadi in Egitto, è possibile che questo sia stato uno dei reperti portati alla luce dai Templari.

Lo stesso simbolo della sirena presente nella corona e di cui più volte abbiamo parlato, proprio nella forma di Abraxas costituisce uno tra i vari sigilli che sono stati adoperati dall'Ordine, ne vediamo sopra alcune immagini.

L'Abraxas, chiaramente raffigurato come un cavaliere con elmo, è presente nella raffigurazione con una emblematica scritta "Secretum Templi"14.

Interessante è anche la presenza delle tre torri tipiche di alcuni dei suddetti sigilli templari talora sostituite una torre centrale e due pesci, o una torre con tre merli, raffigurazioni molto simili alla torre di Babele del mosaico di Otranto.

O ancora il simbolo del calice-nido con il pellicano che si strappa il petto per nutrire i tre piccoli insidiato da un serpente, contiene in sé le principali allegorie del mosaico.

 

 

 

Il mosaico di Otranto ed il mistero di Rennes-le-Château

Passiamo ad un'altra coincidenza cronologica che ci riporta che al citato libro Holy Blood, Holy Grail e che riguarda, ancora una volta, i Templari. Sappiamo che il mosaico di Otranto fu realizzato tra il 1163 ed il 1165. Tra il 1156 ed il 1169, Bertrand de Blanquefort o Blanchefort fu Gran Maestro dell'ordine Templare. Blanchefort fu fatto prigioniero nello stesso anno della sua elezione a Gran Maestro (1156) e fu liberato tre anni dopo (1159) per intercessione di Manuel Commène imperatore di Costantinopoli. Combatté con valore al fianco di Raymond Roger de Trencavel, celebre cataro, che gli fece dono di alcune terre nei dintorni di Rennes-le-Château e di Bezu à l'Ordre15.

E' proprio questo legame cronologico con il mosaico, affiancato a ciò che abbiamo già evidenziato e che ricollega il mosaico all'ordine Templare a farci fare un'ulteriore passo verso un'altra intricata e tutt'altro che limpida storia: quella della chiesetta di Rennes-le-Château proprio nel territorio che fu donato al Gran Maestro. L'argomento è stato oggetto di un numero enorme di pubblicazioni articoli e di recente ha acceso fantasie di diverso genere, tanto che è oggettivamente difficile se non impossibile capire dove è la realtà e dove, invece, comincia la fantasia. Pur rimandando alla vastissima letteratura più o meno fondata pubblicata intorno all'argomento vogliamo soffermarci sui fatti oggettivi che la storia della chiesetta contiene e che vanno doverosamente riconnessi al mosaico di Otranto nella interpretazione che abbiamo proposto nel precedente numero di Episteme. Sono, infatti, a nostro avviso diversi gli elementi oggettivi che accomunano la storia di questa oscura chiesetta a quella dei templari ed il nostro mosaico.

Cominciamo dagli elementi cronologici e geografici.

La chiesetta di Rennes nacque, probabilmente, come Cappella di famiglia nell'VIII secolo e fu consacrata nel 108916 a S. Maria Maddalena. Di certo si sa, grazie ad un registro parrocchiale datato 1694, che nella chiesa venivano inumati i discendenti della famiglia Blanchefort. La chiesetta sorge, come detto, nel territorio di Carcassone in Linguadoca. Quel territorio vide la nascita e l'ascesa della eresia catara fino al 1244 anno in cui la Linguadoca cade sotto il dominio francese segnando la fine della esperienza catara sviluppatasi in quella regione.

Prima di proseguire soffermiamoci per un istante sulla eresia catara. Il catarismo ultima derivazione del pensiero gnostico nacque, probabilmente, come sviluppo di due precedenti filoni di origine manichea e quindi post-gnostica: i Pauliciani diffusisi in Asia Minore (VIII-IX sec.) e successivamente i Bogomili della penisola balcanica (XI-XIV sec.) che, si crede grazie agli scambi culturali favoriti proprio dalle crociate, e sulla spinta delle invasioni turche, si spostarono in Linguadoca. Gli studiosi propongono quali possibile evoluzione del pensiero gnostico le seguenti tappe:
cristiani delle origini > gnostici > manichei > pauliciani > bogomili > catari occidentali17.

Nel 1167 (solo due anni dopo la realizzazione del mosaico), un concilio cataro tenutosi a Tolosa stabiliva ufficialmente una sorta di organizzazione territoriale dell'eresia, con l'istituzione di quattro diocesi nella zona di Tolosa, Albi, Carcassonne, quest'ultima città a pochi chilometri da Rennes. Esiste quindi, una compatibilità temporale e spaziale spinta che lega:
- il fiorire del pensiero gnostico in Francia attraverso il catarismo
- il culto della Maddalena centrale per lo gnosticismo e che ha interessanti echi nel catarismo (vedere capitolo successivo)
- la leggenda della Maddalena in Francia
- il trasferimento dei Bogomili dai Balcani alla Francia
- la figura di Bertrand de Blanquefort gran Maestro templare tra il 1156 ed il 1169 divenuto tenutario di possedimenti nel territorio di Rennes grazie alle donazioni del cataro Raymond Roger de Trencavel
- le crociate e l'anno di costruzione del mosaico di Otranto (1163-1165)
- la rotta privilegiata delle navi crociate tra Otranto ed i Balcani.

Ritorniamo, ora, alla piccola chiesa di Rennes. Nel 1781 il curato di Rennes-le-Château, Antoine Bigou, ricevette, in confessione ed in punto di morte, dalla marchesa d'Hautpoul, Marie de Negri D'Arlès, un segreto di famiglia, che avrebbe dovuto essere tramandato. La marchesa, stranamente, non viene inumata lì dove giacevano i resti di famiglia (nella chiesa) ma fuori da essa nei pressi del campanile. Dieci anni dopo il curato fece collocare sulla tomba della marchesa una pietra tombale proveniente da un'altra tomba che si trovava nella zona di Les Pontils ad Arques nella valle de la Sals. Che fine abbiano fatto i resti di questa misteriosa tomba profanata, non è dato sapere.

Nello stesso anno, il curato depone alcuni manoscritti in un pilastro visigoto lì vicino. Poi fa posare all'incontrario, sempre vicino all'altare, a copertura di quella che poteva essere la tomba dei d'Hautpoul (il condizionale lo spiegheremo tra breve), una lastra di pietra conosciuta come la "dalle des Chevaliers"18.

François Bérenger Saunière viene nominato curato di Rennes-le-Château il 1° giugno 1885. Viste le condizioni disperate della chiesetta cui era stato destinato avvia i lavori di restauro che, come vedremo, stravolgeranno la costruzione introducendo una serie incredibile di raffigurazioni e simbolismi enigmatici, ma ciò che ci interessa è il ritrovamento della lastra capovolta che copriva un locale il cui unico contenuto pervenutoci (visto che l'abate chiese agli operai di lasciarlo solo durante il sopralluogo) è un teschio forato. 

Soffermiamoci su questa lastra che costituisce un ulteriore elemento oggettivo. La lastra, purtroppo fortemente deteriorata poiché lasciata dall'abate esposta alle intemperie, è costituita da due Pannelli raffiguranti due portali. Sotto il primo appare una figura a cavallo che suona un corno, sotto l'altro un cavaliere ed un fanciullo a cavallo.

Quest'ultima immagine non può non richiamare il sigillo templare, anche se il secondo cavaliere è qui raffigurato come un fanciullo.

Una immagine simile la troviamo nel mosaico, sempre nella parte inferiore lì dove è presente la raffigurazione dei due cervi ma in posizione diagonalmente simmetrica:


A questo punto ritorniamo al secondo ritrovamento dell'abate: i documenti. E' proprio dai presunti documenti ritrovati che inizia la storia da noi adoperata per desumere la discendenza presunta di re Dagoberto II, che vede come protagonista il fantomatico Priorato di Sion e Plantard. Il primo dei due documenti era l'albero geneologico di Dagobert II dal 681 al 1244 e dal 1244 al 1644, redatto su pergamena e accompagnato da un secondo documento, un testamento di Francois-Pierre d'Hautpoul registrato il 23 novembre 1644 da Captier, notaio in Esperaza (Aude), entrambi recanti il sigillo della Regina Blanche de Castille.

Quindi siamo di fronte al classico "cane che si morde la coda". Non è il caso di addentrarci nella miriade di critiche mosse a Plantard cui vengono attribuite falsificazioni progressive della documentazione effettuate depositando falsi reperti, utilizzando informazioni talora vere, talora palesemente false ma, comunque e sempre, storie inventate con tanto di pezze d'appoggio destinate a dimostrare il suo lignaggio. Riteniamo, doveroso, comunque, segnalare che le obiezioni che abbiamo letto, espongono in maniera scrupolosa, i torbidi retroscena della vita di Plantard ed il suo legame con il governo collaborazionista di Vichy durante la seconda guerra mondiale, ma anche con il nazismo e con le fazioni antimassoniche ed antisioniste della destra francese, ma sono altrettanto superficiali quando devono addurre le motivazioni per le quali i documenti indicati da Plantard sono ritenuti falsi19.

Potremmo, a questo punto, entrare nella marea di simbolismi introdotti a seguito della ristrutturazione voluta dall'abate Saunière, verificando l'analogia tra il pavimento a scacchiera di 64 caselle bianche e nere e la scacchiera del mosaico, o l'ossessiva presenza della Maddalena dentro e fuori la chiesa, o la sequenza delle statue dei santi le cui iniziali descrivono la parola Graal - che ci riporta all'Artù nel mosaico - o la impressionante somiglianza tra la costruzione voluta dall'abate denominata Torre Magdala e la torre del mosaico, e infinite altre analogie, ma sposteremmo l'attenzione su opere realizzate ad oltre 700 anni di distanza, peraltro di pessimo gusto e fattura volute da un sacerdote avente controversi legami con ambienti esoterici. 

Ciò che ci preme sottolineare e che, anche nella storia di Rennes, il fulcro pare essere la tomba della Maddalena e la sua venuta in Francia, e che il mistero è quindi legato, ancora una volta, a questa donna e ad antichi manoscritti o reliquie che sembrano avere un valore rilevante non solo di tipo simbolico-gnostico, ma per una qualche informazione in esse contenuta che deve rimanere segreta.

Il mosaico di Otranto e la cattedrale di Chartres

Per proseguire in questa carrellata dedicata ai documenti ed alle opere architettoniche ed artistiche che avvalorano la nostra ricostruzione del simbolismo adoperato da Pantaleone nel mosaico di Otranto non possiamo non ricordare una delle più spettacolari realizzazioni dell'arte gotica: la cattedrale di Chartres. Essa presenta, sebbene adottando forme artistiche variegate (vetrate, bassorilievi, sculture) tematiche e accostamenti che sono comuni anche al mosaico di Otranto.

Interessante è, ad esempio, il bassorilievo che ritrae insieme Melchisedek, la regina di Saba e re Salomone. Melchisedek reca tra le mani una coppa e nella dicitura che campeggia sotto il bassorilievo vi è una enigmatica scritta in latino "HIC AMITITUR ARCHA CEDERIS". In questa forma la frase è priva di significato. Una delle possibili alternative potrebbe essere "HIC AMICITUR ARCHA FOEDERIS", in pratica "Qui è nascosta l'arca dell'alleanza", ma indipendentemente dal significato, l'accostamento tra Re Salomone e Melchisedek, la regina di Saba e il Graal è interamente presente nel mosaico con un simbolismo più criptico ma simile. Nel mosaico, infatti, ritorna la doppia funzione della immagine di Salomone che è allo stesso tempo Re di Salem (Jerusalem o "città della Pace" con etimologia ebraica) ma anche Re di Giustizia (essendo egli stesso il simbolo massimo della giustizia e della saggezza) così come l'enigmatico Re di Salem (Gerusalemme nel papiro qumraniano 11Qmelch) Melchisedek è, nella etimologia ebraica il re (melek in lingua ebraica) di giustizia (sedek in lingua ebraica).

I due personaggi rappresentano il doppio messianesimo tipico dell'essenismo (il messia di Aronne ed il Messia di Davide) che, se vogliamo, ci riporta alla doppia funzione del Messia: sacerdotale e politica che si unisce nel Cristo, in particolare in quello giudaico-cristiano prima, e gnostico dopo. La centralità di Melchisedek è un elemento fortemente caratterizzante delle scritture qumraniane (papiro 11Qmelch, Libri di Enoch), di quelle gnostiche (scritti di Nag Hammadi) e di quelle di matrice giudaico-cristiana (la Lettera agli Ebrei, chiaramente rivolta ai giudeo-cristiani come invito alla unificazione con la corrente paolina del cristianesimo, è l'unico tra gli scritti neotestamentari che fa un chiaro riferimento a questa figura). Quindi Melchisedek è, di per sé, un primo forte indizio che colloca gli autori della cattedrale di Chartes e del mosaico di Otranto nell'ambito della teologia gnostica o al più giudaico-cristiana.

La figura della regina di Saba, invece, è un elemento simbolico che caratterizza le opere chiaramente ed univocamente come gnostiche. La regina di Saba è il simbolo della saggezza (caratteristica questa della Maddalena), ma è anche la regina nera che richiama alla mente il culto di Iside, e il culto della Madonna nera, introdotto, proprio da Re Dagoberto. Ed è proprio l'ambiguità del nome Maria che consente agli eretici gnostici di nascondere il culto della Maddalena dietro quello della Vergine, e forse il culto del figlio avuto da Gesù dietro Gesù stesso. Questa ambiguità è presente, come indicato, nel mosaico attraverso la pantera (chiaro richiamo alla tesi del polemista Celso ed alle scritture Toledot ebraiche che volevano Gesù figlio di un soldato romano di nome Pandera) che regge l'ariete e che segnala il passaggio da un era, quella dell'Ariete, ad un'altra, quella dei Pesci, (rappresentati dalla sua compagna la sirena a due code) attraverso Gesù. La pantera ha una compagna, la Sirena Melusine, che è nel contempo la Madre dell'Ariete (Gesù) e compagna (Miriam in ebraico) dello stesso Gesù e quindi progenitrice della stirpe Merovingia (per il dettaglio di questa tesi rimandiamo ai precedenti due articoli pubblicati su Episteme n. 5). Nella raffigurazione di Chartres, Melchisedek regge una coppa chiaramente indicante il sangue e la coppa dell'ultima cena. Il fatto che sia lui a tenere in mano la coppa lo ricollega al sacerdozio eterno cui è destinato, e che ha in Gesù il legittimo successore.

Per finire non possiamo non soffermarci su quella che è una ulteriore evidente prova a sostegno della diffusione della leggenda della Maddalena in Francia in epoca medioevale: la raffigurazione del viaggio della Maddalena in Francia in una delle vetrate della cattedrale di Chartres.  

Soffermiamoci sulla parte centrale della vetrata (abbiamo isolato unicamente questa in figura) che, come il mosaico, va letta dal basso verso l'alto. Al centro, in basso a sinistra La Maddalena vestita con un mantello azzurro da cui fuoriesce una tunica rossa, sale su una nave.

Giunge in Francia con la sorella Marta ed il fratello Lazzaro ove S. Massimino vescovo li accoglie (al centro in basso). Nella scena in basso a destra è raffigurata una sorta di castello che pare richiamare l'accoglienza che il principe francese dette alla Maddalena.

Nel semicerchio superiore la morte della Maddalena e la sua deposizione in un sepolcro (che a questo punto si trova, chiaramente, in Francia). L'anomala scena appare ripetuta e nella seconda il cadavere è bendato. Questo, può, a nostro avviso, avere un sol senso: la prima è la raffigurazione della morte della Maddalena, mentre la seconda raffigura il ritrovamento del corpo o, meglio, una deposizione in un diverso sito, visto che il sarcofago appare chiaramente diverso nelle due raffigurazioni. >> segue

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