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I martiri di Otranto - II

La caduta dell’Impero Bizantino aveva fatto passare Otranto improvvisamente da centro e ponte con l’oriente ad estrema periferia d’Europa. Al comando delle truppe turche vi era Achmet Pascià già noto per la sua crudeltà ed efferatezza.

Mandò un emissario chiedendo la resa della città ponendo condizioni piuttosto vantaggiose agli Otrantini. Il Consiglio dei vecchi comunque rifiutò le richieste turche e mandò un emissario al Re di Napoli per informarlo del pericolo incombente sulla città e sul suo Regno chiedendo un pronto intervento ed aiuto militare. Aiuto che invece non arriverà mai.

All’incalzare degli eventi molti dei soldati posti a presidio della città si calarono nottetempo con funi dalle mura cittadine, e si diedero a precipitosa fuga. A difendere Otranto rimasero quindi solo i suoi abitanti, per lo più contadini e pescatori che poco o nulla conoscevano dell’arte della guerra ma che dimostrarono un orgoglio ed un coraggio che il turco non riuscirà mai a domare. Achmet Pascià ordinò l’assedio e fece catapultare all’interno della città una mole enorme di palle di granito che pur arrecando notevoli alla struttura della città non scalfirono la resistenza Otrantina.

Ancor oggi camminando per i vicoli del centro storico non è difficile incontrare queste bombarde spesso poste ad ornamento di ingressi e portoni. Dopo due settimane l’esercito turco riuscì ad aprire tra le mura un varco da cui penetrò. Gli otrantini riuscirono però a respingerli ricacciando fuori la città l’invasore. Nulla poterono invece al secondo tentativo turco. L’esercito riuscì a dilagare per la città compiendo atti di grande efferatezza e crudeltà. La spada turca passava chiunque incontrasse per la strada, neanche vecchi, donne e bambini furono risparmiati.

Le vie erano colme di cadaveri e ovunque scorrevano rivoli di sangue. Alcuni cittadini cercarono rifugio tra le mura della cattedrale ove l’anziano arcivescovo Stefano Pendinelli era intento a celebrare la messa. Il portone della Cattedrale crollò sotto l’impeto turco ed anche qui vi compì una strage. All’invito turco fatto all’arcivescovo a presentarsi così rispose: "sono il pa¬store a cui indegnamente è affidato questo popolo di Cristo". A questa frase seguì un colpo di scimitarra con la quale gli fu mozzata la testa. Solo a questo punto le violenze Turche sembrarono placarsi.

Ma in realtà i pochi cittadini rimasti dovevano subire ancora un ulteriore crudeltà. La mattina del 14 agosto Achmet Pascià ordinò che tutti i maschi dai 15 anni in poi fossero accompagnati sul colle della Minerva poco fuori la città. Qui vi giunsero in 800 e fu chiesto loro di abbondare il credo cattolico e di abbracciare il Corano per avere salva la vita. A nome degli ottocento parlò Antonio Pezzulla il quale disse “se fino ad oggi abbiamo lottato per la nostra patria ora dinanzi ci resta di lottare per la nostra fede cristiana” (Per difension della padria... e per Christo nostro Signore). Un coro di consenso si levò dagli ottocento. Achmet, ferito nell’orgoglio, ordinò la decapitazione ed il primo a passare per la mano del boia fu proprio da Antonio Pezzulla che da allora fu ricordato come il “Primaldo”.

I racconti dell’epoca vogliono che il busto del Primaldo pur privo di testa non ne volle sapere di andare giù malgrado i maldestri tentativi dei soldati turchi. Il corpo cadde solo quando l’ultimo sacrificio otrantino fu compiuto. Girava tra gli ottocento, poco prima della decapitazione, un interprete turco che con in mano il corano tentava per l’ultima volta l’otrantino all’apostasia per avere salva la vita.

Così dice il Laggetto “un Turco andava intorno alli Christiani li quali andavano legati, con una tavoletta in mano descritta con certi caratteri turcheschi; e per l'iniquo interpetre si diceva: chi vuol credere qua, li sarà fatta salva la vita, altrimente sarà ucciso". Ma nessuno degli ottocento cedette alla tentazione ma anzi giunse con serenità al momento del sacrificio.

Alcune fonti parlano di volti dei martiri con un sorriso contenti per il sacrificio offerto al Dio Cristiano. Achmet dopo le prime decapitazioni offrì agli Otrantini di avere salva la vita mantenendo la propria fede pagando 20 sesterzi una cifra tutto sommato accettabile ma solo in 20 accettarono. Papa Sisto IV impressionato dagli avvenimenti in Puglia cominciò a fare pressioni sui principi italiani affinché si coalizzassero contro il pericolo Turco ed organizzassero un esercito di liberazione di Otranto.

A tal proposito emanò nel settembre una bolla “Non solum Italiane” e cercò attraverso nuove tasse di finanziare l’operazione militare. Ma i principi tergiversavano ed i turchi ebbero tutto il tempo per mettere mano al sistema difensivo di Otranto potenziandolo. Inoltre continuarono con i saccheggi giungendo ad assediare città come Lecce, Nardò spingendosi con più spedizioni sino alla zona Garganica.

La cattedrale della città fu utilizzata come stalla per i cavalli mentre il glorioso Monastero di San Nicola di Casole fu distrutto, i monaci basiliani uccisi ed i preziosissimi testi bruciati. Nel frattempo Maometto II sapute le crudeltà commesse dal Pascià lo richiamò in patria ove fu rinchiuso in galera e dopo qualche anno vi trovò la morte. Intanto gli stati italiani riuscivano ad unirsi, senza però l’appoggio di Venezia ed organizzarono un esercito di liberazione con al comando il duca di Alfonso d’Aragona figlio di Ferdinando Re di Napoli. Giunto nel Salento nella primavera del 1481 si accampò nel Castello di Roca a pochi km a nord di Otranto. I turchi di sovente inviavano spie per controllare le operazioni degli avversari. Ma nel frattempo una improvvisa notizia irruppe nello scenario: Maometto II era morto ed in Turchia era scoppiata la guerra civile per la successione tra i figli del sultano.

La notizia fu presa con un grosso respiro di sollievo da tutte le corti Europee e dal Vaticano, le campane risuonarono a festa un po’ ovunque. Pare che in Anatolia Maometto II, prima della morte, avesse raccolto uno sterminato esercito di 300.000 uomini col quale aveva in programma di muoversi alla conquista dell’Italia utilizzando proprio Otranto come punto di partenza e realizzare il proposito di islamizzare l’occidente. Le truppe turche a Otranto rimasero quindi isolate e questo fu il momento utilizzato da Alfonso d’Aragona per cingere d’assedio la città e liberarla dall’invasore. I turchi in realtà opposero scarsa resistenza e accettarono di imbarcarsi per la madre patria. Circa un migliaio rimasero nel salento e furono posti al servizio del Duca Napoletano. Otranto fu quindi liberata ma dei suoi abitanti ne rimasero ben pochi.

Il duca ordinò portare in città i resti degli ottocento ancora posti sul colle della Minerva. La leggenda vuole che i corpi furono ritrovati miracolosamente incorrotti. I resti sono tutt’oggi custoditi in tre grandi teche nella cripta posta nella navata destra della cattedrale. Un‘altra parte (circa 240 martiri) è custodita nella chiesa di Santa Caterina in Formello a Napoli. Alfonso D’Aragona attraverso il grande esperto di architettura militare Ciro Ciri fece rifare il sistema difensivo di Otranto erigendo le poderose mura che ancor oggi si ammirano. Le due torri che danno accesso alla città portano il suo nome ed una terza venne chiamata Duchesca probabilmente in onore a sua moglie.

Otranto dovette subire nei secoli a venire nuovi assalti turchi ma anche grazie alle nuove difese gli attacchi verranno sempre respinti. Una moderna rilettura dei fatti del XV fanno comprendere come il sacrificio degli Otrantini abbia salvato le sorti dell’Italia facendo del sacco di Otranto come una seconda Lepanto. Inoltre le difficoltà opposte all’esercito turco ne fecero rallentare pesantemente le operazioni militari consentendo alle altre città del Salento in primis Lecce e Brindisi di prepararsi alla propria difesa e di reggere ai successivi assalti turchi. La storia odierna deve molto al sacrificio degli 800 martiri.

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