Aree tematiche

Capitolo II

Matilda, che per ordine di Hippolita si era ritirata nel proprio appartamento, non riusciva a riposare. Lo sconvolgente destino del fratello l’aveva profondamente turbata. Era sorpresa di non vedere Isabella: ma le strane parole che aveva pronunciato il padre, e la sua oscura minaccia verso la principessa sua moglie, accompagnate dal comportamento più furioso, avevano riempito il suo animo gentile di terrore e di preoccupazione. Aspettava ansiosa il ritorno di Bianca, una giovane damigella che la serviva, alla quale aveva dato incarico di chiedere cosa ne fosse stato di Isabella. Presto Bianca tornò, ed informò la sua padrona di quello che aveva appreso dai domestici, e cioè che Isabella non si riusciva a trovarla da nessuna parte.

Riferì l’avventura del giovane contadino, che era stato scoperto nel sotterraneo, anche se con molte ingenue aggiunte dovute agli incoerenti racconti dei domestici; e si soffermò principalmente sulla gamba ed il piede giganteschi che erano stati visti nella sala della galleria. Quest’ultimo avvenimento aveva tanto spaventato Bianca, che lei si rallegrò quando Matilda le disse che non sarebbe andata a letto, ma avrebbe vegliato finché la principessa non si fosse alzata.

La giovane principessa si tormentava in congetture sulla fuga di Isabella, e sulle minacce di Manfred verso la madre.
— Ma cosa può avere da fare con il cappellano di tanto urgente? — disse Matilda. — Vuole che il corpo di mio fratello venga sotterrato privatamente nella cappella?
— Oh! Signora — disse Bianca, — ora capisco. Dato che siete diventata la sua erede, è impaziente di vedervi sposata: ha sempre smaniato per avere più figli; sono certa che ora sia impaziente di avere dei nipoti. Quant’è vero che sono viva, signora, vi vedrò sposa, finalmente. Buona signora, non caccerete via la vostra fedele Bianca, non mi preferirete donna Rosara, ora che siete una grande principessa?
— Mia povera Bianca, come corre veloce la tua fantasia! — disse Matilda. — Io, una grande principessa! Cosa hai visto nel comportamento di Manfred dalla morte di mio fratello che riveli più affetto verso di me? No, Bianca, il suo cuore mi è sempre stato estraneo... Ma è mio padre, e non devo lamentarmi. E poi, se il Cielo mi nega il cuore di mio padre, ricompensa fin troppo i miei poveri meriti con l’affetto di mia madre. Oh, cara madre! Sì, Bianca, è per lei che soffro dell’aspro temperamento di Manfred. Posso sopportare con pazienza la sua insensibilità verso di me, ma mi ferisce l’animo essere testimone della sua gratuita severità verso di lei.
— Oh, signora — disse Bianca, — tutti gli uomini trattano così le proprie mogli quando sono stanchi di loro.
— Eppure ti sei congratulata con me proprio adesso — disse Matilda, — fantasticando che mio padre intendesse concedere la mia mano.
— Vorrei vedervi una gran signora — replicò Bianca, — succeda quel che succeda. Non vorrei vedervi intristire in un convento, dove sareste se poteste fare a modo vostro, e se la mia signora, vostra madre, che sa che un cattivo marito è meglio che non avere marito per nulla, non ve lo impedisse... Dio mio, che rumore è questo? San Nicola, perdonami! Stavo solo scherzando.
— È il vento — disse Matilda, — che fischia tra i merli della torre: l’hai sentito migliaia di volte.
— Ma certo — disse Bianca, — non c’era niente di male in quello che ho detto: non è peccato parlare di matrimonio. E così, signora, come stavo dicendo, se il mio signore Manfred vi offrisse in sposo un giovane principe, voi gli fareste una bella riverenza, e gli direste che preferite prendere il velo.
— Grazie al Cielo non corro questo pericolo! — disse Matilda. — Sai quante proposte di matrimonio ho già respinto.
— E voi gli siete grata da figlia rispettosa, non è vero, signora? Ma andiamo, signora; immaginate che domani mattina egli vi mandi a chiamare nel salone delle riunioni, e supponete di trovare vicino a lui un giovane amabile principe, con grandi occhi neri, una fronte bianca e liscia, ed i capelli che gli ricadono in riccioli neri come l’ebano, così come li portano gli uomini; in breve, signora, un giovane eroe che somigli al ritratto del buon Alfonso nella galleria, che voi sedete a fissare per ore e ore.
— Non parlare con leggerezza di quel dipinto — l’interruppe Matilda sospirando; — so che l’adorazione con cui guardo quel quadro è insolita, ma non sono innamorata di una tela dipinta. Il carattere di quel principe virtuoso, la venerazione per la sua memoria che mia madre mi ha insegnato, le preghiere che non so perché mi ha ingiunto di pronunciare sulla sua tomba, tutto questo ha contribuito a convincermi che in un modo o nell’altro il mio destino sia legato a qualcosa che è in rapporto con lui.
— Mio Dio, signora, e come potrebbe essere? — disse Bianca. — Ho sempre sentito che la vostra famiglia non fosse in nessun modo imparentata con la sua; e certamente non riesco a capire perché la mia signora, la principessa, vi mandi in una fredda mattina, o in una serata umida, a pregare sulla sua tomba: non è certo un santo dell’almanacco. Se dovete pregare, perché non vi ordina di rivolgervi al nostro grande San Nicola? Certo è lui il santo che prego per trovare marito.
— Forse mi farebbe meno effetto — disse Matilda, — se mia madre mi spiegasse le sue ragioni: ma è il mistero che mantiene, che mi ispira questa... Non so come chiamarla. Dato che non agisce mai per capriccio, sono sicura che c’è sotto qualche fatale segreto... Anzi, so che c’è: nell’angoscia del dolore per la morte di mio fratello, si è lasciata sfuggire parole che indicano proprio questo.
— Oh, cara signora — esclamò Bianca, — e quali erano?
— No — disse Matilda, — se un genitore si lascia sfuggire una parola, e vorrebbe cancellarla, non dev’essere certo il figlio a ripeterla.
— Come! Le dispiaceva di aver parlato? — chiese Bianca. — Signora, siate certa che di me potete fidarvi.
— Per i miei piccoli segreti, quando ne ho, posso — disse Matilda, — ma mai per quelli di mia madre: un figlio non dovrebbe avere né occhi né orecchie, se non per gli ordini dei genitori.
— Bene! Certamente, signora, voi siete nata per diventare santa — disse Bianca, — e non c’è niente da fare contro la vocazione: tutto sommato finirete in un convento. Ma la mia signora Isabella non sarebbe così riservata con me: lei certo lascerebbe che le parlassi di giovanotti: una volta è venuto al castello un giovane cavaliere, e lei ha ammesso con me che avrebbe desiderato che vostro fratello Corrado gli somigliasse.
— Bianca, — disse la principessa, — non ti permetto di parlare in modo irrispettoso di mio fratello. Isabella è di indole allegra, ma la sua anima è pura come la virtù stessa. Lei sa quanto sei sventata e chiacchierona, e forse ogni tanto ti ha incoraggiata, per allontanare la malinconia, e per ravvivare la solitudine in cui ci tiene mio padre.
— Maria santissima! — disse Bianca trasalendo. — Eccolo di nuovo! Cara signora, non sentite niente? Di sicuro questo castello è infestato dagli spiriti.
— Taci! — disse Matilde. — Ed ascolta! Mi sembrava di aver sentito una voce... Ma devo essermela immaginata; temo che tu mi abbia contagiata con le tue paure.
— È vero! È vero! — disse Bianca, quasi piangendo per l’angoscia. — Sono sicura di aver sentito una voce.
— Ci dorme qualcuno nella camera qui sotto? — chiese la principessa.
— Nessuno ha osato dormire lì — rispose Bianca, — da quando affogò il grande astrologo che era il tutore di vostro fratello. Signora, certamente il suo fantasma e quello del giovane principe si danno ora convegno in quella camera... Per amor del Cielo fuggiamo nell’appartamento di vostra madre!
— Ti ordino di non muoverti — disse Matilda. — Se ci sono degli spiriti in pena, dobbiamo alleviare le loro sofferenze interrogandoli. Non possono volerci fare nessun male, visto che non li abbiamo offesi... E se lo volessero, saremmo forse più al sicuro in una camera che in un’altra? Dammi il mio rosario; diremo una preghiera, e poi li interrogheremo.
— Oh, cara signora, io non parlerei ad un fantasma per tutto l’oro del mondo — gridò Bianca. Mentre diceva queste parole, sentirono la finestra della cameretta sotto a quella di Matilda che si apriva. Ascoltarono attentamente, e dopo pochi minuti sembrò loro di sentire una persona cantare, ma non riuscirono a distinguere le parole.
— Questo non può essere uno spirito maligno — bisbigliò la principessa; — è sicuramente qualcuno del castello: apri la finestra e riconosceremo la voce.
— Non oso proprio, signora — disse Bianca.
— Sei proprio una sciocca — disse Matilda, aprendo lei stessa pian piano la finestra. La persona lì sotto sentì però lo stesso il rumore fatto dalla principessa: tacque, e le donne conclusero che doveva aver sentito la finestra che si apriva.
— C’è nessuno lì sotto? — disse la principessa. — Se c’è, parli.
— Sì — rispose una voce sconosciuta.
— Chi è? — disse Matilda.
— Uno straniero — replicò la voce.
— Quale straniero? — disse lei. — E come siete arrivato lì a quest’ora insolita, quando tutte le porte del castello sono chiuse?
— Non sono qui di mia volontà — rispose la voce, — ma perdonatemi, signora, se ho disturbato il vostro riposo: non sapevo di poter essere sentito. Avevo ormai rinunciato a dormire: ho lasciato il mio giaciglio, insonne, per venire a passare queste ore noiose osservando la bellezza del mattino che avanza, impaziente di venir congedato da questo castello.
— Le vostre parole e il vostro tono — disse Matilda — sono intrisi di malinconia: se siete infelice, vi compiango. Se la povertà vi affligge, ditemelo; parlerò di voi alla principessa, il cui animo caritatevole si commuove sempre per chi soffre; lei vi aiuterà.
— È vero che sono infelice — disse lo straniero, — e non so cosa sia la ricchezza: ma non mi lamento del destino che il Cielo mi ha assegnato: sono giovane e sano, e non mi vergogno di dovere a me stesso il mio sostentamento... Ma non pensate che io sia orgoglioso, o che disdegni le vostre generose offerte. Vi ricorderò nelle mie orazioni, e pregherò perché siate benedetta voi, graziosa damigella, e la vostra nobile signora. Se sospiro, signora, è per altri, non per me stesso.
— Ora capisco, signora — bisbigliò Bianca alla principessa. — È sicuramente il giovane contadino, e quanto è vero Iddio, è innamorato! Bene, questa sì che è un’avventura affascinante!... Via, signora, sondiamolo un po’. Lui non vi conosce, e vi prende per una cameriera della mia signora Hippolita.
— Non ti vergogni, Bianca? — disse la principessa; — cosa ci autorizza a indagare nei segreti del cuore di questo giovane? Sembra virtuoso e franco, e ci confessa che è infelice: sono queste le circostanze che ci autorizzano ad approfittare di lui? Che diritto abbiamo alla sua confidenza?
— Mio Dio, signora! Quanto poco sapete dell’amore! — replicò Bianca. — Ma come, gli innamorati non conoscono piacere uguale a quello di parlare della dama del loro cuore.
— E vorresti che proprio io diventassi la confidente di un contadino? — disse la principessa.
— Ebbene, allora lasciate che gli parli io — disse Bianca; — benché abbia il privilegio di essere la damigella d’onore di vostra altezza, non sono sempre stata così in alto: inoltre, se l’amore abolisce i ceti sociali, li innalza anche: io rispetto qualsiasi giovane innamorato.
— Taci, sciocca! — disse la principessa. — Anche se ha detto che era infelice, questo non significa che debba essere innamorato. Pensa a tutto quello che è successo oggi, e dimmi se non ci sono altre disgrazie oltre a quelle causate dall’amore. Straniero — riprese la principessa, — se le vostre disgrazie non sono dovute a una vostra colpa, e se rientra nei poteri della principessa Hippolita ripararvi, mi impegno a rispondere che lei sarà la vostra protettrice. Quando verrete congedato da questo castello, rifugiatevi dal santo padre Jerome, nel convento annesso alla chiesa di San Nicola, e raccontategli la vostra storia, fin dove riterrete opportuno: egli non mancherà di informare la principessa, che è la madre di tutti quelli che hanno bisogno del suo aiuto. Addio: non è conveniente che io continui a conversare con un uomo a quest’ora insolita.
— Che i santi vi proteggano, graziosa signora! — replicò il contadino. — Ma, oh, se un povero e indegno straniero può avere l’ardire di chiedere un altro minuto di udienza... Sono così fortunato?... La finestra non è chiusa... Posso osare di chiedere...
— Parlate, svelto — disse Matilda; — il mattino si avvicina rapidamente: se i contadini andando nei campi si accorgessero di noi... Cosa volete chiedermi?
— Non so come... Non so osare — disse il giovane straniero, esitando, — ma la benevolenza con cui mi avete parlato mi dà coraggio... Signora! Posso osare fidarmi di voi?
— Cielo! — disse Matilda. — Cosa intendete? Per cosa vorreste fidarvi di me? Parlate con coraggio se il vostro segreto può essere affidato a un cuore virtuoso.
— Volevo chiedere — disse il contadino riprendendosi — se sia vero quanto ho sentito dire dai domestici, che la principessa è scomparsa dal castello.
— Cosa vi importa saperlo? — replicò Matilda. — Le vostre prime parole rivelano una serietà adeguata alla vostra condizione e piena di buonsenso. Siete venuto qui per spiare i segreti di Manfred? Addio. Vi ho giudicato erroneamente.
Dicendo queste parole, chiuse velocemente la finestra, senza dar tempo al giovane di replicare.
— Avrei agito più saggiamente — disse la principessa a Bianca, un po’ bruscamente, — se avessi permesso che fossi tu a parlare con questo contadino: la sua curiosità sembra tutt’uno con la tua.
— Non sta a me discutere con vostra altezza — replicò Bianca; — ma forse le domande che gli avrei fatto io sarebbero state più adeguate di quelle che voi avete voluto rivolgergli.
— Oh, senza dubbio — disse Matilda, — tu sei un tipo molto discreto! Posso sapere che cosa gli avresti chiesto?
— Spesso uno spettatore vede la partita meglio di quelli che la giocano — rispose Bianca. — Signora, crede vostra altezza a quella domanda sulla mia signora Isabella fosse dovuta a pura curiosità? No, no, signora; in tutto questo c’è più di quanto voi nobili immaginate. Lopez mi ha detto che tutti i servitori ritengono questo giovane implicato nella fuga della mia signora Isabella. Ed ora vi prego, signora, pensateci un po’... Voi e io sappiamo tutte e due che alla mia signora Isabella non è mai piaciuto molto il principe vostro fratello. Ebbene! Lui è stato ucciso proprio nel momento critico... Io non accuso nessuno. Un elmo cade dalla Luna... Così dice il mio signore vostro padre; ma Lopez e tutti i servitori dicono che questo giovane bellimbusto è uno stregone, e l’ha rubato dalla tomba di Alfonso.
— Hai finito con questo sproloquio di impertinenze? — disse Matilda.
— Certo, signora, come volete — esclamò Bianca, — eppure è molto strano che la mia signora Isabella sia scomparsa proprio lo stesso giorno, e che questo giovane mago sia stato trovato dove si apre la botola... Io non accuso nessuno... Ma se il mio giovane signore potesse risuscitare dalla morte...
— In nome del rispetto che le devi — disse Matilda, — non osare proferire il minimo sospetto sul candore della reputazione della mia cara Isabella.
— Candore o no — disse Bianca, — se n’è andata: è stato trovato uno straniero, che nessuno conosce: l’avete interrogato voi stessa: vi ha detto che è innamorato, od infelice, che è la stessa cosa... Anzi, ha ammesso che era infelice per colpa di altri; e c’è forse qualcuno che è infelice per colpa di un altro, se non è innamorato? Ed immediatamente dopo chiede innocentemente, povera anima!, se la mia signora Isabella è scomparsa.
— Certo — disse Matilda, — le tue osservazioni non sono completamente prive di fondamento... La fuga di Isabella mi sorprende: la curiosità di questo straniero è molto strana... Ma Isabella non mi ha mai nascosto un solo pensiero.
— Così vi ha detto — disse Bianca, — per scoprire i vostri segreti... Ma chissà, signora, se questo straniero non è un principe travestito? Su, signora lasciate che apra la finestra e gli faccia qualche domanda.
— No — replicò Matilda, — gli chiederò io stessa se sappia qualcosa di Isabella: ma non è degno di conversare più a lungo con me. Stava per aprire la finestra, quando sentirono suonare la campana alla porta posteriore del castello, posta sulla destra della torre dove si trovava Matilda.

Questo impedì alla principessa di riprendere la conversazione con lo straniero.
Dopo essere rimasta per un po’ in silenzio: — Sono convinta — disse a Bianca — che, qualunque sia la causa della fuga di Isabella, dovesse avere un motivo non indegno. Se questo straniero ne è stato complice, deve essere soddisfatta della sua fedeltà e del suo valore. Ho notato (e tu no, Bianca?) che le sue parole erano piene di un sentimento di devozione poco comune. Non era il discorso di un furfante: le sue frasi si addicevano a un uomo di nobile origine.
— Ve l’ho detto, signora — disse Bianca, — che ero sicura che fosse qualche principe travestito.
— Però — disse Matilda, — se era al corrente della sua fuga, come spieghi che non l’abbia accompagnata quando è scappata via? Perché esporsi inutilmente ed avventatamente all’ira di mio padre?
— Quanto a questo, signora — replicò l’altra, — se è riuscito a liberarsi dall’elmo, troverà il modo di eludere l’ira di vostro padre. Non ho dubbi che abbia con sé qualche talismano.
— Tu risolvi tutto con la magia — disse Matilda, — ma un uomo che abbia un qualsiasi rapporto con gli spiriti infernali non osa adoperare le tremende e sacre parole che lui ha pronunciato. Non hai notato con quale fervore ha giurato di ricordarmi al Cielo nelle sue preghiere? Sì, Isabella senza dubbio era sicura della sua devozione.
— Lodarmi la devozione di un giovane e di una damigella che sono d’accordo per scappare insieme! — disse Bianca. — No, no, signora; la mia signora Isabella è di pasta ben diversa da quella che voi credete. Certo, sospirava sempre ed alzava gli occhi al Cielo in vostra compagnia, perché sa che siete una santa, ma quando giravate la schiena...
— Tu le fai torto — disse Matilda; — Isabella non è un’ipocrita: sente in giusto grado la devozione, ma non ha mai finto una vocazione che non ha. Al contrario, ha sempre combattuto la mia inclinazione per il chiostro; e benché riconosca che l’avermi nascosto della sua fuga mi sconcerta, e anche se questo pare incompatibile con la nostra amicizia, io non posso dimenticare l’ardore disinteressato con il quale si è sempre opposta a che io prendessi il velo: voleva vedermi sposata, anche se la mia dote avrebbe rappresentato una perdita per i figli suoi e di mio fratello. Per amor suo avrò fiducia in questo giovane contadino.
— Allora credete che vi sia un qualche legame tra loro? — chiese Bianca.
Mentre parlava, una serva entrò in fretta nella camera, e disse alla principessa che donna Isabella era stata ritrovata.
— Dove? — chiese Matilda.
— Ha trovato asilo nella chiesa di San Nicola — replicò la serva; — padre Jerome ha portato lui stesso la notizia: è giù con sua altezza.
— Dov’è mia madre? — disse Matilda.
— È nella sua camera, signora, e ha chiesto di voi.

Manfred si era alzato alle prime luci dell’alba, ed era andato nell’appartamento di Hippolita per chiederle se sapesse qualcosa di Isabella. Mentre la stava interrogando, gli fu riferito che Jerome voleva parlare con lui. Manfred, che non sospettava la causa dell’arrivo del frate, e sapeva che egli veniva impiegato da Hippolita per le sue opere di carità, ordinò che venisse ammesso, con l’intenzione di lasciarli insieme, mentre lui avrebbe continuato a cercare Isabella.
— Volete me o la principessa? — disse Manfred.
— Tutti e due — replicò il sant’uomo.
— Donna Isabella... Che ne è di lei? — lo interruppe ansiosamente Manfred.
— È nella chiesa di San Nicola — replicò Jerome.
— Questi non sono affari di Hippolita — disse Manfred, confuso; — ritiriamoci nella mia camera, padre, ed informatemi su come è arrivata da voi.
— No, mio signore — replicò il buonuomo con un’aria di fermezza e di autorità che intimidì perfino il deciso Manfred, che non poteva fare a meno di provare reverenza per le pie virtù di Jerome; — il mio messaggio è per tutti e due, e, con il permesso di vostra altezza, è alla presenza di tutti e due che parlerò. Ma prima, mio signore, devo chiedere alla principessa se sappia perché donna Isabella abbia abbandonato il castello.
— No, sulla mia anima — disse Hippolita; — forse Isabella sostiene che io ne sia al corrente?
— Padre — l’interruppe Manfred, — io porto alla vostra santa professione la reverenza dovuta, ma qui sono il sovrano, e non permetterò a nessun prete intrigante di interferire nei miei affari domestici. Se avete qualcosa da dire, accompagnatemi nella mia camera. Non ho l’abitudine di far conoscere a mia moglie gli affari segreti del mio Stato; non sono di competenza di una donna.
— Mio signore — disse il sant’uomo, — non sono un uomo che si intromette nei segreti delle famiglie. Il mio compito è promuovere la pace, comporre i contrasti, predicare il pentimento, ed insegnare agli uomini come vincere le proprie testarde passioni. Perdono l’aspra apostrofe di vostra altezza: ma conosco il mio dovere, e sono il ministro di un principe più potente di Manfred. Date ascolto a Colui che parla attraverso le mie parole.
Manfred tremava d’ira e di vergogna. Il volto di Hippolita esprimeva il suo stupore e l’impazienza di sapere a cosa tutto quello avrebbe portato: il suo silenzio manifestava con forza ancora maggiore la sua obbedienza verso Manfred.
— Donna Isabella — riprese Jerome — si raccomanda alle vostre altezze; ringrazia tutti e due per la gentilezza con cui è stata trattata nel vostro castello: deplora la perdita di vostro figlio, e la propria sfortuna per non essere diventata la figlia di principi tanto saggi e nobili, che rispetterà sempre come dei genitori; prega per la vostra unione e felicità ininterrotte (Manfred impallidì); ma poiché non è più possibile che divenga vostra parente, chiede il vostro consenso per restare al convento, finché non avrà notizie del padre; o finché, certa della sua morte, non sarà libera, con l’approvazione dei suoi tutori, di disporre di se stessa e sposarsi secondo il suo rango.
— Non darò affatto questo consenso — disse il principe; — insisto invece perché ritorni al castello senza indugio: sono responsabile di lei di fronte ai suoi tutori, e non tollererò che sia in altre mani che le mie.
— Vostra altezza sa se questo può ancora essere opportuno — replicò il frate.
— Non voglio prediche — disse Manfred arrossendo. — La condotta di Isabella dà adito a strani sospetti... E quel giovane furfante, che è stato almeno complice della sua fuga, se non la causa di essa...
— La causa! — l’interruppe Jerome. — È stato forse un uomo giovane la causa?
— Questo è insopportabile! — gridò Manfred. — Devo forse essere sfidato nel mio palazzo da un monaco insolente? Immagino siate al corrente del loro amore.
— Pregherei il Cielo di dissipare i vostri indegni sospetti — disse Jerome, — se in coscienza vostra altezza non sapesse già di accusarmi ingiustamente. Prego il Cielo di perdonare la vostra mancanza di carità ed imploro vostra altezza di lasciare la principessa nella pace di quel sacro luogo, dove non è esposta al pericolo di fantasie vane e mondane come i discorsi d’amore di qualsiasi uomo.
— Non fate l’ipocrita con me — disse Manfred; — tornate, e riportate la principessa al suo dovere.
— È mio dovere impedire il suo ritorno qui — disse Jerome. — Lei è dove gli orfani e le fanciulle sono al sicuro dalle insidie e dagli inganni di questo mondo; e niente, se non l’autorità di un padre, la porterà via di là.
— Io sono suo padre — esclamò Manfred, — e la voglio qui.
— Lei desiderava avervi come padre — disse il frate; — ma il Cielo, che ha impedito quella parentela, ha sciolto per sempre tutti i legami tra di voi; ed io dichiaro a vostra altezza...
— Basta, impudente! — disse Manfred. — E temi il mio risentimento.
— Santo padre — disse Hippolita, — è vostro compito non inchinarvi davanti a nessuno: voi dovete parlare come il vostro dovere prescrive: ma è mio dovere non ascoltare niente che al mio signore non piace che io senta. Mi ritirerò nel mio oratorio e pregherò la Vergine benedetta di ispirarvi con i suoi santi consigli, e di riportare il cuore del mio grazioso signore alla sua abituale pace e gentilezza.
— O donna eccellente! — disse il frate. — Mio signore, sono a vostra disposizione.
Manfred, accompagnato dal frate, passò nel proprio appartamento, dove, chiudendo la porta:
— Capisco, padre — disse, — che Isabella vi ha comunicato il mio proposito. Ora ascoltate la mia decisione, ed obbedite. Motivi di Stato, motivi urgentissimi, la mia stessa salvezza e quella della mia gente, esigono che io abbia un figlio. È inutile aspettarsi un erede da Hippolita. Io ho scelto Isabella. Voi dovete riportarla indietro: e dovete fare di più. Conosco la vostra influenza su Hippolita: la sua coscienza è nelle vostre mani. È una donna, lo riconosco, irreprensibile: la sua anima è volta al Cielo, e disprezza l’indegna gloria di questo mondo: voi potete allontanarla da esso completamente. Convincetela ad acconsentire allo scioglimento del nostro matrimonio, e a ritirarsi in un monastero; potrà fondarne uno, se lo desidera, ed avrà i mezzi per mostrarsi liberale quanto lei o voi possiate desiderare. Così allontanerete le calamità che incombono sulla nostra testa, ed avrete il merito di salvare dalla rovina il principato di Otranto. Voi siete un uomo di buonsenso; e benché, tradito dall’ardore del mio temperamento, io abbia usato espressioni sconvenienti, onoro la vostra virtù, e desidero essere in debito con voi per la pace della mia anima e la salvezza della mia famiglia.
— Sia fatta la volontà del Cielo! — disse il frate. — Io non sono che il suo indegno strumento. Egli adopera la mia bocca per dirvi, principe, quanto siano indegni i vostri piani: le ingiurie verso la virtuosa Hippolita sono assurte al trono della pietà. Io vi biasimo severamente per la vostra adultera intenzione di ripudiarla: io vi ammonisco a non attuare il vostro piano incestuoso sulla vostra figliola adottiva. Il Cielo, che l’ha salvata dalla vostra furia, quando la punizione divina abbattutasi così di recente sulla vostra casa avrebbe dovuto ispirarvi ben altri pensieri, continuerà a vegliare su di lei. Anch’io, un povero frate disprezzato, sono capace di proteggerla dalla vostra violenza. Io, peccatore quale sono, ed indegnamente oltraggiato da vostra altezza come complice di non so quali amori, disdegno le lusinghe con le quali vi è piaciuto tentare la mia onestà. Io amo il mio ordine, onoro le anime devote, rispetto la religiosità della vostra principessa: ma non tradirò la fiducia che lei ripone in me, e non servirò neppure la causa della religione con compromessi disonesti e peccaminosi. Ma davvero! Il benessere dello Stato dipende da che vostra altezza abbia un figlio. Il Cielo si fa gioco dei miopi progetti degli uomini. Solo ieri mattina quale casata era così potente, così fiorente quanto quella di Manfred? E dov’è ora il giovane Corrado? Mio signore, io rispetto le vostre lacrime, ma non intendo arrestarle. Lasciatele scorrere, principe! Avranno più peso in Cielo, per il benessere dei vostri sudditi, di un matrimonio che, fondato sulla lussuria o sulla politica, non potrebbe mai portare del bene. Non potrete conservare lo scettro, che passò dalla stirpe di Alfonso alla vostra, attraverso un’unione che la Chiesa non permetterà mai. Se è volontà dell’Altissimo che il nome di Manfred debba estinguersi, rassegnatevi, mio signore, alla Sua sentenza; e meriterete così una corona che non andrà mai distrutta. Andiamo, mio signore, il vostro dolore mi conforta. Torniamo dalla principessa: lei non è al corrente delle vostre crudeli intenzioni, ed io non intendevo far altro che ammonirvi. Avete visto con quale gentile pazienza, con quale devozione abbia ascoltato, anzi, abbia rifiutato di sentire quale fosse la grandezza della vostra colpa. So quanto desidera stringervi tra le braccia, ed assicurarvi sul suo immutabile affetto.
— Padre — disse il principe, — voi interpretate male il mio rimorso: è vero che onoro le virtù di Hippolita; credo che sia una santa; e vorrei che stringere maggiormente il nodo che ci ha uniti servisse alla salvezza della mia anima. Ma, ahimè! Padre, voi non conoscete il più amaro dei miei tormenti! Da un po’ di tempo ho degli scrupoli sulla legittimità sulla nostra unione: Hippolita è mia parente di quarto grado. È vero, avemmo una dispensa; ma ho saputo anche che lei era stata promessa ad un altro. È questo quello che mi pesa sul cuore: a questo stato coniugale illecito io imputo la calamità che si è abbattuta su di me con la morte di Corrado! liberate la mia coscienza da questo fardello; sciogliete il nostro matrimonio, e portate a termine l’azione della fede che le vostre divine esortazioni hanno iniziato nella mia anima.

Che angoscia atroce provò il buonuomo, di fronte a questo voltafaccia dell’astuto principe! Tremò per Hippolita, la cui rovina, lo vedeva, era decisa; e temette che, se Manfred non avesse avuto speranza di riottenere Isabella, la sua impazienza di avere un figlio l’avrebbe fatto rivolgere verso qualcun’altra, che poteva non essere ugualmente ferma davanti alla tentazione del rango di Manfred. Per un po’ di tempo il sant’uomo rimase assorto a riflettere. Infine, confidando in una dilazione, pensò che il comportamento più saggio fosse quello di impedire che il principe disperasse di riavere Isabella.

Il frate conosceva l’affetto di Isabella per Hippolita, e l’avversione che gli aveva espresso per le proposte di Manfred, e quindi sapeva di poter contare su di lei per assecondare il proprio progetto, finché il divieto della Chiesa non avesse potuto scagliarsi come un fulmine contro il divorzio.

Con questa intenzione, come se gli scrupoli del principe lo avessero colpito, egli infine disse:
— Mio signore, ho riflettuto su quello che vostra altezza ha detto: e se davvero è la delicatezza della vostra coscienza l’autentico motivo della ripugnanza verso la vostra virtuosa signora, lontano da me cercare di indurire il vostro cuore! La Chiesa è una madre indulgente: rivelate a lei le vostre angosce; lei solo può dare conforto alla vostra anima; può mettere in pace la vostra coscienza, o, dopo aver esaminato i vostri scrupoli, può accordarvi la libertà a concedervi i mezzi legittimi per continuare il vostro lignaggio. In quest’ultimo caso, se donna Isabella può essere convinta ad acconsentire....

Manfred, concludendo che lo aveva ingannato il buonuomo, o che l’iniziale ira di costui era stata solo un tributo pagato alle apparenze, fu felicissimo di questo improvviso cambiamento, e ripeté le promesse più splendide, se avesse avuto successo per mezzo della mediazione del frate. Il benintenzionato frate lasciò che l’altro si ingannasse, decisissimo a ostacolare i suoi progetti invece che assecondarli.

— Dato che ora ci comprendiamo reciprocamente — riprese il principe, — mi aspetto, padre, che voi mi diate soddisfazione su di un punto. Chi è il giovane che abbiamo trovato nel sotterraneo? Deve essere stato complice della fuga di Isabella; ditemi la verità: ne è innamorato? Od agisce per conto della passione di un altro? Ho spesso sospettato l’indifferenza di Isabella verso mio figlio: mille circostanze che confermano quel sospetto si affollano nella mia mente. Lei stessa ne era così consapevole, che, mentre discorrevo con lei nella galleria, ha prevenuto i miei sospetti, ed ha cercato di giustificarsi della freddezza verso Corrado.

Il frate, che non sapeva niente di quel giovane se non quello che aveva appreso occasionalmente dalla principessa, ignaro di cosa ne fosse stato di lui, e senza riflettere a sufficienza dell’impetuosità del temperamento di Manfred, pensò che non poteva essere inopportuno gettare nel suo animo il seme della gelosia: forse sarebbe tornato utile in seguito per allontanare il principe da Isabella, se si ostinava in quell’unione, o per sviare la sua attenzione verso una falsa pista ed occupare i suoi pensieri con un intrigo immaginario, così da impedire che si impegnasse di nuovo a cercarla. Seguendo questa infelice politica, egli rispose in modo da confermare Manfred nella convinzione che ci fosse un qualche legame tra Isabella e il giovane. Il principe, le cui passione avevano bisogno di ben poco alimento per divampare in una fiammata, si infuriò all’idea di quello che il frate suggeriva.

— Andrò fino in fondo a questo intrigo — gridò; e lasciando bruscamente Jerome, con l’ordine di restare là fino al suo ritorno, si affrettò verso la sala grande del castello, e ordinò che il contadino venisse portato davanti a lui.

— Tu, giovane impostore incallito! — disse il principe, non appena vide il giovane. — Che ne è ora della tua tanto vantata sincerità? Sono state la Provvidenza, non è vero, e la luce della Luna che ti hanno mostrato la serratura della botola? Dimmi chi sei, ragazzo audace, e da quanto tempo conosci la principessa, e sta’ attento a rispondere in modo meno ambiguo di quanto tu abbia fatto ieri sera, o le torture ti strapperanno la verità.

Il giovane capì che la parte di lui avuta nella fuga della principessa era stata scoperta, e concluse che qualsiasi cosa avesse detto non poteva più esserle né utile né dannosa; rispose quindi:
— Non sono un impostore, mio signore; né ho meritato un linguaggio oltraggioso. Ho risposto ad ogni domanda che vostra altezza mi ha fatto ieri sera con la stessa sincerità con cui parlerò ora: e non sarà per paura delle vostre torture, ma perché la mia anima ha orrore della falsità. Vi prego di ripetere le vostre domande, mio signore; sono pronto a darvi completa soddisfazione, per quanto è in mio potere.
— Conosci le mie domande — replicò il principe, — e cerchi solo di guadagnare tempo per preparare una fuga. Parla immediatamente: chi sei? E da quando conosci la principessa?
— Lavoro al villaggio vicino — disse il contadino; — il mio nome è Teodoro. La principessa mi trovò la scorsa notte nel sotterraneo; prima di quel momento non ero mai stato in sua presenza.
— A questo posso credere o non credere, come mi farà piacere — disse Manfred; — ma ascolterò la tua storia, prima di verificarne la veridicità. Dimmi, quale motivo spinse la principessa per la sua fuga? La tua vita dipende dalla tua risposta.
— Mi disse — replicò Teodoro — che era sull’orlo della rovina; e che, se non riusciva a fuggire dal castello, entro pochi minuti avrebbe corso il pericolo di perdersi per sempre.
— E per motivi così deboli, sulla base delle parole di una sciocca ragazza — disse Manfred, — tu hai rischiato d’incappare nella mia ira?
— Non temo l’ira di nessuno — disse Teodoro, — quando una donna in pericolo si mette sotto la mia protezione.

Mentre questo interrogatorio era in corso, Matilda stava andando all’appartamento di Hippolita. All’estremità più lontana della sala, dove sedeva Manfred, c’era una galleria chiusa da finestre con vetrate, attraverso la quale dovevano passare Matilda e Bianca.
Sentendo la voce del padre, e vedendo i servitori riuniti intorno a lui, lei si fermò per sapere che cosa succedesse. Subito il prigioniero attirò la sua attenzione: il tono fermo e tranquillo con il quale rispondeva, e lo spirito cavalleresco della sua ultima risposta (erano tutte queste le prime parole che riusciva a sentire) suscitarono favorevolmente il suo interesse.

La sua figura era nobile, bella e imponente, anche in quella situazione: ma fu il suo viso che presto assorbì completamente l’attenzione di Matilda.
— Cielo, Bianca! — bisbigliò la principessa. — Sto sognando? O quel giovane è identico al ritratto di Alfonso nella galleria?
Non poté dire di più, perché la voce del padre a ogni parola diventava sempre più alta.
— Questa bravata — disse Manfred — supera tutta la tua precedente insolenza. Sperimenterai l’ira che hai osato prendere alla leggera. Prendetelo, — continuò Manfred, — e legatelo: la prima notizia che la principessa avrà del suo paladino sarà che ha perso la testa per amore di lei.
— L’ingiustizia della quale siete colpevole verso di me — disse Teodoro — mi convince che ho compiuto una buona azione salvando la principessa dalla vostra tirannia. Possa essere felice, qualunque cosa sia di me!
— Queste sono le parole di un innamorato! — gridò Manfred infuriato. — Un contadino davanti alla morte non è animato da questi sentimenti. Dimmi, dimmi chi sei, ragazzo sconsiderato, o la tortura strapperà il tuo segreto.
— Mi avete già minacciato di morte — disse il giovane, — quando vi ho detto la verità: se è questo tutto l’incoraggiamento che devo aspettarmi in cambio della sincerità, non mi sento tentato di soddisfare ulteriormente la vostra vana curiosità.
— Non parlerai, allora? — disse Manfred.
— No — replicò l’altro.
— Portatelo via, nel cortile — disse Manfred; — voglio vedere immediatamente la sua testa recisa dal corpo.

Sentendo queste parole, Matilda svenne. Bianca strillò, ed incominciò a gridare:
— Aiuto! Aiuto! La principessa è morta!
A queste grida Manfred trasalì, e chiese che cosa succedesse.

Il giovane contadino le sentì anche lui, e restò impietrito dall’orrore: fece quindi ansiosamente la stessa domanda; ma Manfred ordinò che venisse portato immediatamente nel cortile, e trattenuto là in attesa dell’esecuzione, finché egli non si fosse informato sulla causa delle grida di Bianca. Quando ne seppe il motivo, lo considerò uno spavento da femminucce; ordinò che Matilda venisse portata nel suo appartamento e si affrettò verso il cortile, dove, chiamata una guardia, ordinò a Teodoro di inginocchiarsi e prepararsi a ricevere il colpo fatale.
Il coraggioso giovane accolse l’amara sentenza con una rassegnazione che commosse ogni cuore eccetto quello di Manfred. Desiderava ardentemente sapere che cosa significasse quello che aveva sentito dire della principessa; ma temendo di esasperare di più il tiranno contro di lei, vi rinunciò. L’unico favore che si degnò di chiedere fu il permesso di avere un confessore, per mettersi in pace con Dio.

Manfred, che sperava per mezzo del confessore di venire a sapere la storia del giovane, acconsentì prontamente alla richiesta: e convinto che padre Jerome fosse ora dalla sua parte, ordinò che venisse chiamato a confessare il prigioniero. Il sant’uomo, che non aveva previsto la catastrofe causata dalla sua imprudenza, cadde in ginocchio davanti al principe, e lo supplicò solennemente di non spargere sangue innocente. Si accusò amaramente della sua indiscrezione, provò a discolpare il giovane, e non lasciò niente d’intentato per placare l’ira del tiranno. Manfred, più irritato che calmato dell’intercessione di Jerome, la cui ritrattazione lo faceva sospettare di essere stato ingannato da tutti e due, ordinò al frate di fare il suo dovere, dicendogli che non avrebbe concesso al prigioniero che pochi minuti per la confessione.

— Né io chiedo di più, mio signore — disse l’infelice giovane. — I miei peccati, grazie al Cielo, non sono stati numerosi, né sono più gravi di quelli comuni alla mia età. Asciugate le vostre lacrime, buon padre, e sbrighiamoci: questo è un mondo malvagio, e io non ho motivo di lasciarlo con rimpianto.
— Oh, giovane sventurato! — disse Jerome. — Come puoi sopportare pazientemente la mia vista? Io sono il tuo assassino! Io ti ho procurato quest’ora funesta!
— Vi perdono con tutta l’anima — disse il giovane, — come spero che il Cielo perdonerà me. Ascoltate la mia confessione, padre, ed impartitemi la vostra benedizione.
— Come posso prepararti come dovrei per il trapasso? — disse Jerome. — Non puoi essere salvato se non perdoni i tuoi nemici... E puoi tu perdonare quell’uomo empio?
— Sì — ammise Teodoro; — lo perdono.
— E questo non vi commuove, principe crudele? — disse il frate.
— Vi ho mandato a chiamare per confessarlo — disse Manfred duramente; — non perché intercediate per lui. Voi per primo mi avete infiammato d’ira contro di lui: che il suo sangue ricada sulla vostra testa!
— E così accadrà! Così accadrà! — disse il buonuomo al culmine dell’angoscia. — Voi ed io non dobbiamo mai più sperare di giungere dove sta per andare questo giovane benedetto.
— Sbrigatevi! — disse Manfred. — I piagnistei dei preti non mi commuoveranno certo più delle grida delle donne.
— Come! — disse il giovane. — È possibile che il mio destino possa aver provocato quello che ho sentito? La principessa è dunque di nuovo in vostro potere?
— Tu non fai che ricordarmi la mia ira — disse Manfred; — preparati, perché questa è la tua ultima ora.

Il giovane, che sentiva aumentare la sua indignazione, e che era commosso dal dolore che vedeva di aver suscitato in tutti gli spettatori e nel frate, soffocò le proprie emozioni, e, sbarazzatosi del farsetto e slacciato il colletto, si inginocchiò per pregare. Mentre si chinava, la camicia gli scivolò sulle spalle e scoprì il segno di una freccia rosso sangue.
— Buon Dio! — gridò il sant’uomo trasalendo. — Che cosa vedo? È mio figlio! Il mio Teodoro!
È impossibile descrivere l’emozione suscitata da queste parole, ma la si può immaginare. Le lacrime dei presenti cessarono più per lo stupore che per la gioia. Parevano cercare sul viso del loro signore un segno che indicasse quali sentimenti doveva provare. Sorpresa, dubbio, affetto, rispetto, passarono successivamente sul viso del giovane. Accettò con semplicità e umiltà le effusioni, le lacrime, e gli abbracci del vecchio: ma timoroso di abbandonarsi alla speranza, poiché intuiva da quello che era avvenuto quanto fosse inflessibile il carattere di Manfred, lanciò un’occhiata al principe, come a dire: «Potete restare impassibile davanti a una scena come questa?».

Il cuore di Manfred era capace di provare pietà. Per la sorpresa dimenticò la sua ira, ma l’orgoglio gli impedì di ammettere la propria commozione. Ebbe perfino il dubbio che questa scoperta fosse un espediente del frate per salvare il giovane.
— Che significa tutto questo? — disse — Come può essere vostro figlio? Si addice alla vostra professione od alla reputazione di santità riconoscere la prole di una contadina come frutto dei vostri illeciti amori?
— Oh, Dio! — disse il sant’uomo. — Mettete in dubbio che sia mio? Potrei, se non fossi suo padre, provare l’angoscia che provo? Risparmiatelo, buon principe, risparmiatelo! E fate di me quel che volete.
— Risparmiatelo! Risparmiatelo! — gridarono i servi. — Per amore di questo brav’uomo!
— Silenzio! — disse Manfred severamente: — devo saperne di più prima di essere disposto a perdonare. Il bastardo di un santo non può essere santo anche lui.
— Signore insolente! — disse Teodoro. — Non aggiungete l’oltraggio alla crudeltà. Se sono il figlio di quest’uomo venerabile, sappiate che, benché non sia un principe come voi, il sangue che scorre nelle mie vene...
— Sì — disse il frate, interrompendolo, — il mio sangue è nobile; ed egli non merita l’epiteto abietto che gli avete rivolto. È mio figlio legittimo; e la Sicilia può vantare poche casate più antiche di quelli dei Falconara... Ma, ahimè! Mio signore, che cos’è il sangue? Cos’è la nobiltà? Noi siamo tutti rettili, creature miserabili piene di peccati. Soltanto la pietà può distinguerci dalla polvere da cui avemmo origine, ed alla quale dobbiamo tornare.
— Basta con il vostro sermone — disse Manfred; — dimenticate che non siete più frate Jerome, ma il conte di Falconara. Raccontatemi la vostra storia; avete tempo dopo per fare la morale, se non otterrete la grazia per quell’audace criminale.
— Madre di Dio! — disse il frate. — È possibile che il mio signore possa rifiutare ad un padre la vita del suo unico figliolo, perduto da tempo? Calpestatemi pure, mio signore, disprezzatemi, tormentatemi, accettate la mia vita in cambio della sua, ma risparmiate mio figlio!
— Puoi capire ora — disse Manfred — cosa significhi perdere l’unico figlio? Solo un’ora fa tu mi hai predicato la rassegnazione: la mia casata, se così voleva il destino, doveva perire... Ma il conte di Falconara...
— Ahimè, Mio signore — disse Jerome, — ammetto di avervi offeso; ma non aggravate le sofferenze di un vecchio. Non mi vanto della mia famiglia, né penso a queste vanità mondane: è la natura che vi implora per questo ragazzo; è la memoria della cara donna che lo generò... È forse... È forse morta, Teodoro?
— La sua anima è da molto tempo con i beati — disse Teodoro.
— Oh, e come? — gridò Jerome. — Dimmi... No... Lei è felice! Tu ora sei tutto per me! Oh, signore crudele, vorrete... Mi concederete la vita del mio povero ragazzo?
— Ritorna al tuo convento — rispose Manfred, — porta qui la principessa; obbediscimi in ciò che sai; ed io ti prometto la vita di tuo figlio.
— Oh! Mio signore — disse Jerome, — è l’onestà il prezzo che devo pagare per la salvezza di questo caro giovane?
— Per me! — gridò Teodoro. — Lasciate che io muoia mille morti, piuttosto che macchiare la vostra coscienza. Cosa pretenderebbe il tiranno da voi? È al sicuro dal suo potere la principessa? Proteggetela, venerabile vecchio! E lasciate che tutta la sua ira ricada su di me.

Jerome provò a fermare l’impeto del giovane; prima che Manfred potesse replicare, si sentì uno scalpitare di cavalli, ed all’improvviso suonò la tromba d’ottone che era appesa alla porta del castello. Nello stesso istante, le piume nere dell’elmo incantato, che si trovava ancora dall’altro capo del cortile, si agitarono tempestosamente ed ondeggiarono tre volte, come mosse da un invisibile cavaliere.

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