Aree tematiche

Capitolo I

Manfred, principe di Otranto, aveva un figlio ed una figlia: quest’ultima, una bellissima giovanetta di diciotto anni, si chiamava Matilda. Corrado, il figlio, di tre anni più giovane, era bruttino e malaticcio, di carattere nient’affatto promettente; eppure era il prediletto del padre, che non mostrava mai nessun segno di affetto per Matilda. Manfred aveva promesso Corrado alla figlia del marchese di Vicenza, Isabella; e lei era già stata affidata dai suoi tutori alle cure di Manfred, in maniera che lui potesse far celebrare il matrimonio, non appena il malfermo stato di salute di Corrado lo avesse consentito.

I familiari ed i vicini di Manfred notarono la sua impazienza di far celebrare il rito. I primi, in verità, temendo il carattere violento del principe, non osarono esprimere i propri sospetti su questa fretta. Hippolita, sua moglie, un’amabile gentildonna, ebbe a volte l’ardire di prospettargli il pericolo di far sposare così presto il loro unico figlio, considerata la sua estrema giovinezza, e le ancor maggiori infermità; ma non ricevette mai altra risposta che dei rimproveri sulla sterilità di lei, che gli aveva dato solo un erede.

Vassalli e sudditi erano meno prudenti nei loro discorsi: essi attribuivano questo affrettato matrimonio al timore del principe di vedere avverarsi un’antica profezia, che si diceva avesse decretato che «Il castello e la signoria di Otranto sarebbero venuti a mancare all’attuale famiglia, quando l’autentico possessore fosse diventato troppo grande per abitarvi». Era difficile dare un senso a questa profezia, ed ancora meno facile immaginare che cosa avesse a che fare con il matrimonio in questione. Eppure questi misteri, o contraddizioni, non impedivano al popolo di rimanere della propria opinione.

Fu fissato per le nozze il giorno del compleanno del giovane Corrado.
Gli invitati erano riuniti nella cappella del castello, e tutto era pronto per cominciare l’ufficio divino, quand’ecco che mancava proprio Corrado. Manfred, impaziente per il minimo ritardo, e non avendo visto il figlio allontanarsi, mandò un servitore a chiamare il giovane principe. Il servo, che non si era assentato neppure il tempo necessario ad attraversare il cortile fino all’appartamento di Corrado, tornò indietro correndo, senza fiato e con l’aspetto di un pazzo, gli occhi sbarrati e la schiuma alla bocca. Non disse niente, ma indicò il cortile. Terrore e sbigottimento invasero gli invitati. La principessa Hippolita, senza sapere cosa succedesse, ma in ansia per il figlio, perse i sensi.

Manfred, non tanto preoccupato quanto arrabbiato per l’indugio posto alle nozze, e per il comportamento stravagante del domestico, chiese imperiosamente cosa succedesse. L’uomo non rispose, ma continuò a indicare il cortile; e finalmente, dopo che gli ebbero rivolto numerose domande, gridò:
— Oh, l’elmo! l’elmo!
Nel frattempo alcuni invitati erano corsi nel cortile, dal quale arrivava un vociare confuso di grida di orrore e di sorpresa. Manfred, che non vedendo il figlio cominciava a preoccuparsi, andò di persona ad informarsi sulla causa di quella strana confusione. Matilda restò per cercare di assistere la madre, ed Isabella si fermò per lo stesso motivo, e per evitare di mostrarsi impaziente verso lo sposo, per il quale, in verità, aveva concepito scarso affetto.

La prima cosa che colpì lo sguardo di Manfred fu un gruppo di servi impegnati a tentare di sollevare un oggetto che gli parve un ammasso di piume nere. Egli lo fissò senza credere ai propri occhi:
— Che cosa state facendo? — gridò Manfred, in collera. — Dov’è mio figlio?
Un coro confuso di voci replicò:
— Oh, mio signore! Il principe! Il principe! L’elmo! L’elmo!

Impressionato da questi lamenti, e timoroso non sapeva neppure lui di che, egli si affrettò ad avanzare... Ma quale spettacolo per gli occhi di un padre! Egli vide il figlio fatto a pezzi e quasi sepolto sotto un enorme elmo, cento volte più grande di qualsiasi elmo foggiato per un essere umano, ricoperto di una adeguata quantità di piume nere.
L’orrore dello spettacolo, l’ignoranza di tutti, lì intorno, su come fosse capitata questa disgrazia e soprattutto il prodigio tremendo che gli si presentava lasciò il principe senza parole. Eppure il suo silenzio durò più a lungo di quanto persino il dolore potesse spiegare. Egli fissava lo sguardo su ciò che inutilmente desiderava credere una visione; e sembrò non tanto colpito dalla sua perdita, quanto profondamente immerso in meditazione sull’oggetto straordinario che l’aveva provocata. Toccava ed esaminava l’elmo fatale; e neppure i resti straziati e sanguinanti del giovane principe poterono distogliere lo sguardo di Manfred dal prodigio che era davanti a lui.

Tutti quelli che avevano conosciuto la sua predilezione per il giovane Corrado erano tanti sorpresi per l’insensibilità del loro principe, quanto stupefatti loro stessi per il miracolo dell’elmo. Trasportarono le spoglie sfigurate nell’atrio, senza ricevere da Manfred nessun ordine. Egli fu altrettanto poco premuroso verso le dame che ancora si trovavano nella cappella: al contrario, senza nominare le infelici principesse sua moglie e sua figlia, le prime parole che uscirono dalle labbra di Manfred furono:
— Abbiate cura di donna Isabella.
I domestici, senza rilevare la stranezza di quest’ordine, furono guidati dal loro affetto verso la padrona a considerarlo rivolto in particolare alla sua situazione, e si affrettarono ad assisterla. La trasportarono nella sua camera più morta che viva, e indifferente a tutte le strane circostanze delle quali sentiva parlare, eccetto che alla morte del figlio. Matilda, che adorava la madre, soffocò dolore e sbigottimento, e non pensò ad altro che ad assistere e confortare la genitrice dolente.

Isabella, che era stata trattata da Hippolita come una figlia, e che ricambiava quella tenerezza con lo stesso rispetto e affetto, fu altrettanto premurosa verso la principessa, e cercò contemporaneamente di condividere ed alleviare il peso del dolore che Matilda, per la quale provava la più calda simpatia e amicizia, lottava per reprimere. Ma nei suoi pensieri non poté non trovare posto anche la propria situazione. Non sentiva nessun turbamento per la morte del giovane Corrado, solo pietà; e non le dispiaceva di esser liberata da un matrimonio che le aveva dato a sperare una scarsa felicità, sia da parte dello sposo a lei destinato, sia da parte di Manfred, che, nonostante l’avesse fatta segno di grande indulgenza, le aveva lasciato nell’animo un’impressione di terrore per la sua immotivata durezza verso principesse amabili come Hippolita e Matilda.

Mentre le dame accompagnavano la sventurata madre al proprio letto, Manfred restò nel cortile, a fissare lo sciagurato elmo, incurante della folla che la stranezza dell’evento aveva ora riunito intorno a lui. Le poche parole che pronunciò distintamente tendevano solo ad informarsi, a chiedere se qualcuno sapesse da dove potesse venire.
Nessuno poté dargli la minima informazione. Comunque, dato che pareva essere l’unico oggetto della sua curiosità, presto diventò tale anche per il resto degli spettatori, le cui ipotesi erano tanto assurde ed inverosimili quanto la stessa catastrofe era senza precedenti. Nel bel mezzo di queste insensate ipotesi un giovane contadino, che le voci di ciò che era successo avevano attirato sul luogo da un villaggio vicino, osservò che l’elmo miracoloso era esattamente uguale a quello della statua di marmo nero di Alfonso il Buono, uno dei loro precedenti principi, posta nella chiesa di San Nicola.

— Furfante! Che dici? — gridò Manfred in uno scatto d’ira, risvegliandosi bruscamente dalle sue meditazioni, e prendendo il giovane per il bavero. — Come osi pronunciare un tale tradimento? Pagherai con la vita.
Gli spettatori, che comprendevano tanto poco la causa della furia del principe quanto tutto il resto che avevano visto, non riuscivano a spiegarsi questa nuova circostanza. Il giovane contadino era ancora più stupefatto, non immaginando come avesse offeso il principe: ma riprendendosi, con un misto di grazia ed umiltà, si liberò dalla stretta di Manfred, e quindi, con un inchino che rivelava più preoccupazione per la propria innocenza che sgomento, chiese rispettosamente di che cosa fosse colpevole! Manfred, più in collera per il vigore, per quanto esercitato gentilmente, con cui il giovane si era liberato dalla sua presa, che placato dalla sua deferenza, ordinò ai suoi fedeli di prenderlo e, se non fosse stato trattenuto dagli amici che aveva invitato alle nozze, avrebbe trafitto il contadino tra le loro braccia.

Durante questo alterco alcuni popolani erano corsi alla grande chiesa che si trovava vicino al castello, e ne erano tornati a bocca aperta, dichiarando che alla statua di Alfonso mancava l’elmo. A questa notizia Manfred diventò come pazzo e, come se cercasse un oggetto su cui sfogare il tumulto che si agitava dentro di lui, si avventò di nuovo contro il giovane contadino, gridando:
— Furfante, mostro! Stregone! Sei tu che hai ucciso mio figlio!
La folla, che voleva un qualche oggetto entro i limiti della propria comprensione sul quale poter appuntare le sue confuse ipotesi, colse queste parole dalla bocca del proprio signore e vi fece eco:
— Sì! Sì! È lui: ha rubato l’elmo dalla tomba del buon Alfonso, e con quello ha fatto schizzare via le cervella al nostro giovane principe —, senza riflettere su come fosse enorme la sproporzione tra l’elmo di marmo che era stato in chiesa, e quello di acciaio davanti ai loro occhi: né su come fosse impossibile per un giovane, apparentemente di neppure vent’anni, brandire un pezzo di armatura di peso così prodigioso.

L’assurdità di queste grida fece tornare in sé Manfred, ma, sia che fosse provocato dal contadino che aveva osservato la somiglianza tra i due elmi, e quindi condotto alla successiva scoperta dell’assenza di quello della chiesa, sia che desiderasse soffocare qualsiasi nuova diceria derivante da una supposizione così insolente, decretò gravemente che il giovane era certamente un negromante, e che finché non si poteva mettere al corrente la Chiesa della faccenda, egli avrebbe trattenuto lo stregone, che avevano così scoperto, prigioniero sotto lo stesso elmo: ordinò quindi ai suoi seguaci di sollevarlo per mettervi sotto il giovane, e dichiarò che sarebbe rimasto lì senza cibo, che la sua stessa arte infernale gli avrebbe potuto fornire.

Fu inutile per il giovane opporsi a questa assurda sentenza; inutilmente gli amici di Manfred provarono di distoglierlo da questa barbara ed infondata decisione. La folla gioì della decisione del proprio signore, che alle loro menti sembrava giustissima, dato che lo stregone sarebbe stato punito con lo stesso strumento con cui aveva commesso la colpa: né il rimorso li colpì minimamente, per la possibilità che il giovane morisse di fame, poiché credevano fermamente che con la sua diabolica abilità avrebbe potuto facilmente ottenere di che nutrirsi.

Manfred vide quindi i suoi ordini eseguiti perfino volentieri: e messa una guardia, con l’ordine tassativo di impedire che venisse portato del cibo al prigioniero, congedò gli amici e i suoi fedeli, e si ritirò nella propria camera, dopo aver chiuso a chiave le porte del castello, nel quale non permise che restasse nessuno, tranne i domestici.

Intanto, le cure e lo zelo delle damigelle avevano fatto rinvenire la principessa Hippolita, che nell’agitazione del proprio dolore chiedeva spesso notizie del suo signore, voleva congedare coloro che la assistevano perché vegliassero su di lui, e finalmente impose a Matilda di lasciarla, per visitare e confortare il padre. Matilda, il cui rispetto verso Manfred era privo di affetto, nonostante tremasse davanti alla sua severità, obbedì agli ordini di Hippolita, che raccomandò teneramente a Isabella; e, chieste ai domestici notizie del padre, seppe che egli si era ritirato nella sua camera, e aveva ordinato di non farvi ammettere nessuno. Pensando che fosse immerso nel dolore per la morte del fratello, e timorosa di rinnovare le sue lacrime con la vista dell’unica figlia che gli restava, era incerta se intromettersi nel suo dolore; ma la sollecitudine per lui, sostenuta dagli ordini della madre, la incoraggiò ad osare di disobbedire agli ordini che aveva dato; una colpa della quale non si era mai macchiata prima.

La gentile timidezza della sua natura la fece esitare qualche minuto davanti alla porta di lui. Lo sentì percorrere la sua camera avanti ed indietro con passo ineguale; uno stato d’animo che accrebbe il suo timore. Era comunque sul punto di chiedere il permesso per entrare, quando Manfred improvvisamente aprì la porta e, in parte perché si era ormai al tramonto, in parte per il tumulto del suo animo, non riconobbe la figlia, ma chiese irosamente chi fosse.
Matilda replicò tremante:
— Padre carissimo, sono io, vostra figlia.
Manfred, indietreggiando rapidamente, gridò:
— Vattene, io non voglio una figlia; — e rientrando bruscamente, sbatté la porta sul viso della terrorizzata Matilda.

Lei conosceva troppo bene l’impetuosità del padre per osare una seconda intrusione. Quando si fu un po’ ripresa dallo sgomento per un’accoglienza così aspra, si asciugò le lacrime, per evitare la nuova fitta di dolore che il sapere tutto questo avrebbe procurato ad Hippolita; quest’ultima si informò con la massima ansia della salute di Manfred, e di come sopportasse la perdita del figlio. Matilda le assicurò che stava bene, e sopportava la sua disgrazia con virile forza d’animo.
— Ma non lascerà che io lo veda? — disse Hippolita addolorata. — Non mi permetterà di unire le mie lacrime alle sue, e di sfogare il dolore di una madre sul petto del suo signore? O mi inganni, Matilda? So quanto Manfred adorasse il figlio: forse il colpo è troppo forte per lui? Non si è lasciato abbattere. Tu non mi rispondi. Ahimè, temo il peggio! Aiutatemi, mie damigelle: voglio vederlo, voglio vedere il mio signore. Portatemi immediatamente da lui; mi è più caro perfino dei miei figlioli.

Matilda fece segno ad Isabella di impedire che Hippolita si alzasse; e tutte e due queste belle fanciulle stavano facendo gentile violenza alla principessa per trattenerla e calmarla, quando arrivò un servitore, mandato da Manfred, e disse a Isabella che il suo signore voleva parlare con lei.
— Con me! — esclamò Isabella.
— Va’ — disse Hippolita, sollevata dopo il messaggio del suo signore; — Manfred non può sopportare la vista della sua famiglia. Egli pensa che tu sia meno turbata di noi e teme di affrontare il mio dolore. Consolalo, cara Isabella, e digli che soffocherò la mia angoscia piuttosto che aggiungerla alla sua.
Era ormai sera; il servo che precedeva Isabella la guidava con una torcia. Quando arrivarono da Manfred, che stava passeggiando impaziente nella galleria, egli si fermò di colpo e disse rapidamente:
— Porta via quella luce, e vattene. — Quindi, chiudendo con violenza la porta, si lasciò cadere su una panca vicino al muro, e ordinò ad Isabella di accomodarsi vicino a lui. Lei obbedì tremante.
— Vi ho mandato a chiamare, signora... — disse, e quindi tacque, apparentemente molto confuso.
— Mio signore!
— Sì, vi ho mandato a chiamare per una faccenda molto importante — riprese lui; — asciugate le vostre lacrime madamigella... Voi avete perduto il vostro sposo: sì, Fato crudele, ed io ho perduto le speranze della mia stirpe! Ma Corrado non era degno della vostra bellezza.
— Come! Mio signore — disse Isabella; — non mi sospetterete di non provare il turbamento che dovrei? Il mio dovere e l’affetto avrebbero sempre...
— Non pensate più a lui — la interruppe Manfred; — era un ragazzo debole e malaticcio, e il Cielo forse se l’è portato via per impedirmi di far poggiare gli onori della mia casata su fondamenta così fragili. La famiglia di Manfred ha bisogno di numerosi virgulti. La sciocca predilezione per quel ragazzo ha bendato gli occhi al mio buonsenso... Ma è meglio così. Spero entro alcuni anni, di aver motivo di rallegrarmi della morte di Corrado.

Le parole non possono descrivere lo sbalordimento di Isabella.
All’inizio temette che il dolore avesse sconvolto la mente di Manfred.
Un nuovo pensiero le suggerì che questo strano discorso fosse fatto per prenderla in trappola: temeva che Manfred si fosse reso conto della sua indifferenza per il figlio, ed in base a quest’idea replicò:
— Mio buon signore, non dubitate del mio affetto; il mio cuore avrebbe accompagnato la mia mano. Corrado avrebbe assorbito tutte le mie cure, e comunque il Fato disporrà di me, io onorerò sempre la sua memoria, e considererò vostra altezza e la virtuosa Hippolita come i miei genitori.
— Maledetta Hippolita! — gridò Manfred. — Da questo momento dimenticatela, come faccio io. In breve, signora, voi avete perduto un marito che non meritava il vostro fascino: esso avrà miglior destinazione. Invece di un ragazzo malaticcio, avrete un marito nel fiore dell’età, che saprà apprezzare la vostra bellezza, e che può aspettarsi una numerosa discendenza.
— Ahimè, mio signore — disse Isabella, — il mio animo è troppo pieno di tristezza per la recente catastrofe nella vostra famiglia per pensare ad un altro matrimonio. Se mai mio padre tornerà, e se questo sarà il suo volere, io obbedirò, come feci quando acconsentii a concedere la mia mano a vostro figlio: ma fino al suo ritorno, permettetemi di restare sotto il vostro tetto ospitale, e di impiegare le mie tristi ore ad alleviare il vostro dolore, quello di Hippolita e della bella Matilda.
— Vi ho già invitato una volta — disse Manfred con ira — a non nominare quella donna; da questo momento dev’essere un’estranea per voi, come dev’esserlo per me: in breve, Isabella, poiché non posso darvi il primo figlio, vi offro me stesso.
— Cielo! — gridò Isabella, ormai disingannata. — Che cosa sento! Voi, mio signore! Voi! Mio suocero! Il padre di Corrado! Il marito della virtuosa e dolce Hippolita!
— Vi ho detto — disse Manfred imperiosamente — che Hippolita non è più mia moglie; da questo momento divorzio da lei. Per troppo tempo mi ha maledetto con la sua sterilità: il mio destino dipende dall’avere figli, ed io confido che questa notte darà un nuovo corso alle mie speranze. — Con queste parole afferrò la mano gelida di Isabella, che era morta per la paura e l’orrore. Lei gridò, e fece un salto all’indietro. Manfred si alzò per inseguirla, quando la Luna, che era ormai alta, e i cui deboli raggi entravano dalla finestra di fronte, gli presentò alla vista le piume dell’elmo fatale, che si innalzavano fino all’altezza delle finestre ed ondeggiavano avanti e indietro tempestosamente, accompagnate da un suono cupo e frusciante.

Isabella, traendo coraggio dalla sua stessa situazione, poiché non temeva niente più del perseguimento da parte di Manfred della propria dichiarazione, gridò:
— Guardate, mio signore! Vedete, il Cielo stesso si dichiara contro i vostri empi propositi!
— Né il Cielo né l’inferno ostacoleranno i miei piani — disse Manfred, avanzando di nuovo per afferrare la principessa. In quel momento il ritratto del nonno del principe, appeso sopra il sedile dove si erano seduti, emise un profondo sospiro e gonfiò il petto. Isabella, che dava le spalle al dipinto, non vide il movimento, né capì da dove venisse il suono, ma sobbalzò e disse:
— Ascoltate, mio signore! Che suono era quello? — e nello stesso tempo si mosse verso la porta. Manfred, confuso tra la fuga di Isabella, che aveva ora raggiunto le scale, e la propria incapacità di distogliere gli occhi dal quadro, che incominciava a muoversi, era comunque avanzato di alcuni passi dietro di lei, sempre guardando indietro, verso il ritratto quando lo vide lasciare la tela, e scendere sul pavimento con aria grave e malinconica.
— Sogno? — gridò Manfred tornando indietro. — O gli stessi diavoli sono in combutta contro di me? Parla, spettro infernale! Oppure, se tu sei il mio avo, perché cospiri contro il tuo sventurato discendente, che paga troppo cari...
Prima che potesse finire la frase, la visione sospirò di nuovo, e fece segno a Manfred di seguirla.
— Va’ avanti! — gridò Manfred. — Ti seguirò fino all’abisso della perdizione.

Lo spettro avanzò, calmo ma triste, fino in fondo alla galleria, e girò in una stanza sulla destra. Manfred lo seguiva a breve distanza, pieno di ansia e di orrore, ma deciso. Quando stava per entrare nella stanza, una mano invisibile sbatté violentemente la porta. Il principe in questo indugio ritrovò il suo coraggio, e voleva sfondare la porta con un calcio, ma si rese conto che resisteva a tutti i suoi sforzi.
— Dato che l’inferno non vuole soddisfare la mia curiosità — disse Manfred, — userò i mezzi umani in mio potere per conservare la mia stirpe; Isabella non mi sfuggirà.

Questa damigella, la cui fermezza aveva lasciato il posto al terrore non appena si era allontanata da Manfred, continuò la sua corsa fino in fondo allo scalone principale. Là si fermò, non sapendo dove dirigere i suoi passi, né come sfuggire all’impetuosità del principe.
Sapeva che le porte del castello erano serrate, e che c’erano delle guardie nel cortile. Se, come il cuore le suggeriva, fosse andata a preparare Hippolita al crudele destino che l’attendeva, non dubitava che Manfred l’avrebbe cercata là, e che la sua violenza l’avrebbe incitato a raddoppiare l’ingiuria che meditava, senza lasciare loro il tempo di evitare l’impetuosità delle sue passioni. Se avesse potuto, almeno per quella notte, sfuggire ai suoi odiosi propositi, quel ritardo avrebbe potuto dargli tempo di riflettere sugli orribili progetti che aveva ideato, o produrre qualche circostanza in suo favore. Ma dove nascondersi? Come evitare le ricerche che egli avrebbe sicuramente compiuto in tutto il castello? Mentre questi pensieri le passavano veloci per la mente, si ricordò di un passaggio segreto che portava dai sotterranei del castello fino alla chiesa di San Nicola.

Sapeva che se avesse potuto raggiungere l’altare prima di essere sorpresa, neppure la violenza di Manfred avrebbe osato profanare la santità del luogo; e decise, se non le si fossero offerti altri mezzi di salvezza, di rinchiudersi per sempre tra le sante vergini, il cui convento era attiguo alla cattedrale. Presa questa decisione, afferrò una torcia accesa in fondo alle scale e si affrettò verso il passaggio segreto.
La parte inferiore del castello era scavata in diversi corridoi intricati, e non era facile, per chi era così in ansia, trovare la botola che si apriva sulla caverna. Un terribile silenzio incombeva in quel regno sotterraneo: solo, ogni tanto, alcune raffiche di vento facevano sbattere le porte che Isabella si era lasciata alle spalle, con un cigolio dei cardini arrugginiti che riecheggiava per tutto quel lungo ed oscuro labirinto. Ogni lieve fruscio rinnovava il suo terrore, ma ancora di più temeva di sentire la voce furiosa di Manfred, che esortava i domestici ad inseguirla. Camminava con tutta la cautela che le consentiva la sua stessa impazienza, ma spesso si fermava ad ascoltare, per sentire se la seguivano. In uno di quei momenti le parve di udire un sospiro. Rabbrividì, ed indietreggiò di alcuni passi.

Un attimo dopo le sembrò di sentire il passo di qualcuno. Il sangue le si gelò; concluse che era Manfred. Le si affollarono nella mente tutte le suggestioni che l’orrore poteva ispirare. Condannò la propria fuga precipitosa che l’aveva esposta all’ira di lui in un posto dove non era probabile che le sue grida facessero accorrere qualcuno in suo aiuto... Ma non pareva che il suono venisse da dietro; se Manfred sapeva dove era doveva averla seguita: era ancora in uno dei corridoi, e i passi che aveva sentito erano troppo chiari per provenire dalla direzione da cui era venuta. Rincuorata da questa riflessione, e sperando di trovare un amico in chiunque non fosse il principe, stava per farsi avanti, quando una porta socchiusa, poco lontano alla sua sinistra, si aprì pian piano; ma prima che la sua torcia, che teneva alta, potesse svelarle chi l’aveva aperta, la persona, vedendo la luce, si ritirò precipitosamente.

Isabella, alla quale bastava un nonnulla per spaventarsi, fu indecisa se andare avanti. Il timore di Manfred superò presto ogni altro terrore. Il fatto che la persona la evitasse le infuse in certo modo coraggio. «Può essere solo —, pensò, — qualche domestico del castello».
La sua gentilezza non le aveva mai procurato un nemico, e la consapevolezza della propria innocenza le fece sperare che, a meno che non fossero mandati dal principe con l’ordine di cercarla, i servitori avrebbero favorito la sua fuga piuttosto che ostacolarla. Facendosi coraggio con queste riflessioni, e credendo, da quanto poteva vedere, di essere vicina all’apertura della caverna sotterranea, si avvicinò alla porta che si era aperta; ma un’improvvisa folata di vento, che la sorprese sulla soglia, spense la torcia, e la lasciò nell’oscurità più completa.

Le parole non possono descrivere l’orrore della situazione della principessa. Sola in un posto così lugubre, con impressi nella mente tutti i terribili avvenimenti del giorno, senza speranze di fuga, in attesa da un momento all’altro dell’arrivo di Manfred, e ben lontana dal sentirsi tranquilla, sapendo che era alla portata di qualcuno, non sapeva chi, che pareva per qualche motivo nascondersi lì intorno: tutti questi pensieri si affollavano nella sua mente sconvolta, e lei quasi svenne per la paura. Si rivolse a tutti i santi del Paradiso, e dentro di sé implorò il loro aiuto. Per parecchio tempo restò in preda alla disperazione. Finalmente, con la maggior cautela possibile, cercò a tentoni la porta, e, trovatala, entrò tremante nel sotterraneo da cui aveva sentito venire il sospiro e i passi. Le comunicò una specie di momentanea gioia accorgersi che un raggio incerto della Luna, in parte coperta dalle nubi, penetrava dal soffitto del sotterraneo, che pareva essere crollato, e da cui pendeva un pezzo di terreno o di muratura, non riusciva a distinguerlo bene, che apparentemente era sprofondato all’interno. Stava avanzando impaziente verso questa crepa, quando distinse una forma umana in piedi contro il muro.

Gridò, credendolo il fantasma del suo promesso Corrado. La figura, fattasi avanti, disse in tono deferente:
— Non spaventatevi, signora; non vi farò offesa.
Isabella un po’ incoraggiata dalle parole e dal tono di voce dello straniero, e ricordando che doveva essere la persona che aveva aperto la porta, si riprese abbastanza da reclamare:
— Signore, chiunque voi siate, abbiate pietà di una sventurata principessa che si trova sull’orlo della rovina: aiutatemi a fuggire da questo castello fatale, o entro pochi minuti sarò forse perduta per sempre.
— Ahimè — disse lo straniero, — cosa posso fare per aiutarvi? Sono pronto a morire in vostra difesa, ma non conosco il castello e non ho...
— Oh — disse Isabella, interrompendolo precipitosamente, — aiutatemi soltanto a trovare una botola che dev’essere qui intorno, e sarà il servigio più grande che possiate rendermi, poiché non ho un minuto da perdere. Dicendo queste parole incominciò a tastare il pavimento, ed ordinò allo straniero di cercare allo stesso modo una lastra liscia di ottone racchiusa in una delle pietre.
— Quella — disse — è la serratura, che si apre con una molla di cui conosco il segreto. Se riesco a trovarla, potrò fuggire... Altrimenti, cortese straniero, temo che vi avrò coinvolto nelle mie disgrazie: Manfred sospetterà che siate complice della mia fuga, e voi cadrete vittima della sua ira.
— Non tengo in gran conto la mia vita — disse lo straniero; — e mi sarà di qualche conforto perderla cercando di salvarvi dalla sua tirannia.
— Giovane generoso — disse Isabella, — come potrò mai compensarvi....
Mentre pronunciava queste parole, un raggio di Luna, filtrando da una fessura del soffitto in rovina, cadde proprio sulla serratura che cercavano.
— Oh, che gioia! — disse Isabella. — Ecco la botola!, — e prendendo una chiave toccò la molla che scattando di lato scoprì un anello di ferro.
— Sollevate la botola — disse la principessa. Lo straniero obbedì; e sotto apparvero i gradini di pietra che scendevano in un sotterraneo completamente buio.
— Dobbiamo scendere di qui — disse Isabella: — seguitemi; per quanto sia buio e tetro, non possiamo perdere la strada; porta direttamente alla chiesa di San Nicola... Ma forse — aggiunse la principessa con modestia — voi non avete motivo di lasciare il castello, né io avrò ulteriore bisogno dei vostri servigi; in pochi minuti sarò al sicuro dall’ira di Manfred... Permettete solo che io sappia a chi devo tutta la mia gratitudine.
— Non vi lascerò — disse con ardore lo straniero — finché non vi avrò messa al sicuro... E non credetemi, principessa, più generoso di quanto non sia: benché voi siate la mia principale preoccupazione....
Lo straniero fu interrotto da un improvviso vociare che pareva avvicinarsi, e presto distinsero queste parole: — Non parlatemi di negromanti; vi dico che deve essere nel castello; la troverò a dispetto di tutti gli incantesimi.
— Oh, Cielo! — gridò Isabella. — È la voce di Manfred! Fate presto, o siamo perduti! E chiudete la botola dietro di voi.

Così dicendo, discese precipitosamente i gradini; ma mentre lo straniero si affrettava a seguirla, lo sportello gli sfuggì di mano: ricadde, e la molla si chiuse su di esso. Cercò inutilmente di aprirlo, ma non aveva visto bene come Isabella avesse toccato la molla, né aveva molto tempo per compiere dei tentativi.

Manfred aveva sentito il rumore della botola che si chiudeva, e guidato da quel suono si affrettò da quella parte, accompagnato dai suoi servitori, forniti di torce.
— Dev’essere Isabella — gridò Manfred prima di entrare nel sotterraneo; — sta fuggendo dal passaggio segreto, ma non può essere andata lontano.
Quale fu lo stupore del principe, quando, invece di Isabella, la luce delle torce rivelò il giovane contadino, che egli aveva costretto sotto l’elmo fatale!
— Traditore! — disse Manfred. Come sei arrivato qui? Ti credevo imprigionato nel cortile.
— Non sono un traditore — replicò il giovane arditamente, — né sono responsabile dei vostri pensieri.
— Canaglia, presuntuoso, — gridò Manfred — provochi la mia collera? Dimmi, come sei fuggito dal cortile? Tu hai corrotto le guardie, e loro pagheranno con la vita.
— La mia povertà — disse il contadino con calma — li discolperà: benché siano gli esecutori della collera di un tiranno, sono fedeli a voi ed anche troppo volenterosi nell’eseguire gli ordini che avete ingiustamente impartito loro.
— Sei così audace da sfidare la mia vendetta? — disse il principe. — Ma la tortura ti estorcerà la verità. Parla, scoprirò i tuoi complici.
— Ecco il mio complice! — disse il giovane sorridendo ed indicando il soffitto. Manfred ordinò di sollevare le torce, e si accorse che un pezzo dell’elmo magico aveva aperto un varco nel pavimento del cortile, quando i servitori l’avevano lasciato cadere sopra il contadino, ed era penetrato nel sotterraneo, lasciando un buco attraverso il quale il giovane era passato, pochi minuti prima di essere trovato lì da Isabella.
— È quella la via per cui sei sceso? — disse Manfred.
— Sì — disse il giovane.
— Ma che rumore era — disse Manfred — quello che ho sentito quando sono entrato nel corridoio?
— Una porta sbattuta — rispose il contadino; — l’ho sentita anch’io.
— Che porta? — disse in fretta Manfred.
— Non conosco il vostro castello — disse il contadino; — è la prima volta che vi entro, e questo sotterraneo è l’unica parte in cui sia mai stato.
— Ma ti dico — disse Manfred (volendo vedere se il giovane avesse scoperto la botola) — che è da questa parte che ho sentito il rumore; l’hanno sentito anche i miei servi.
— Mio signore — interruppe con zelo uno di loro, — era certamente la botola, e lui stava per fuggire.
— Taci, testa di legno — disse il principe con ira; — se stava per scappare, perché si troverebbe da questa parte della botola? Saprò dalle sue labbra che rumore si è sentito. Dimmi la verità: la tua vita dipende dalla tua sincerità.
— La sincerità mi è più cara della vita — disse il contadino; — né vorrei acquistare l’una perdendo l’altra.
— Davvero! Che giovane filosofo! — disse Manfred con disprezzo. — Dimmi allora, che rumore ho sentito?
— Chiedetemi quello a cui posso rispondere — disse l’altro — e condannatemi immediatamente a morte se vi dirò una menzogna.
Manfred, spazientito dall’indomito coraggio e dall’indifferenza del giovane, gridò:
— Ebbene, allora tu, campione di lealtà! Rispondi: era la botola che si chiudeva che ho sentito?
— Sì — disse il giovane.
— Ah, sì! — disse il principe. — E come sei venuto a sapere che qui c’era una botola?
— Ho visto la lastra di ottone grazie a un raggio di Luna — replicò l’altro.
— Ma come hai scoperto il segreto per aprirla?
— La Provvidenza, che mi ha liberato dall’elmo, poteva ben indicarmi la molla di una serratura — disse l’altro.
— La Provvidenza avrebbe dovuto spingersi un po’ più oltre, e metterti in salvo dalla mia ira — disse Manfred; — dopo averti insegnato ad aprire la serratura la Provvidenza ti ha abbandonato come uno sciocco che non sapeva approfittare dei suoi favori. Perché non hai seguito la via indicata per la tua fuga? Perché hai chiuso la botola prima di scendere gli scalini?
— Potrei chiedervi, mio signore — disse il contadino, — come io, che non conosco affatto il vostro castello, potevo sapere che quegli scalini portassero ad un’uscita, ma non voglio evitare le vostre domande.

Dovunque portino quegli scalini, forse avrei esplorato la via: non avrei potuto trovarmi in una situazione peggiore di quella in cui ero. Ma la verità è che mi è sfuggito lo sportello: subito dopo siete arrivato voi. Avevo dato l’allarme: che cosa mi importava essere preso un minuto prima o un minuto dopo?
— Sei un furfante deciso per la tua età — disse Manfred, — ma pensandoci bene, sospetto che tu ti prenda soltanto gioco di me: non mi hai ancora detto come hai aperto la serratura.
— Ve lo mostrerò, mio signore — disse il contadino; e prendendo una pietra che era caduta dall’alto, si inginocchiò sulla botola, e incominciò a battere sulla lastra d’ottone che la copriva; voleva così guadagnare tempo per la fuga della principessa. Questa prontezza di spirito, insieme alla franchezza del giovane, sconcertò Manfred. Si sentì perfino disposto a perdonare chi non era colpevole di nessun crimine. Manfred non era uno di quei barbari tiranni la cui crudeltà deliberata non ha bisogno di provocazione. I casi del destino avevano conferito asprezza al suo carattere, che per natura era mite; e le sue virtù erano sempre pronte ad operare, quando la collera non gli offuscava la ragione.

Mentre il principe stava così in dubbio, un confuso vociare riecheggiò lontano, nei sotterranei. Man mano che il rumore si avvicinava, egli distinse la voce di alcuni domestici, che aveva sguinzagliato per il castello in cerca di Isabella, e che urlavano:
— Dov’è il mio signore? Dov’è il principe?
— Sono qui — disse Manfred quando si avvicinarono, — avete trovato la principessa?

Il primo arrivato rispose:
— Oh, mio signore! Meno male che vi abbiamo trovato.
— Trovato me! — disse Manfred. — Avete trovato la principessa?
— Credevamo di averla trovata, mio signore — disse l’uomo, che pareva terrorizzato, — ma ...
— Ma cosa? — gridò il principe, — È fuggita?
— Jaquez ed io, mio signore...
— Sì, io e Diego — lo interruppe il secondo, che li aveva raggiunti in preda ad una costernazione ancora maggiore.
— Parlate uno per volta — disse Manfred; — e rispondete, dov’è la principessa?
— Non lo sappiamo — dissero tutti e due insieme: — ma siamo fuori di noi dalla paura.
— Lo vedo anch’io, teste di legno — disse Manfred: — cosa vi ha spaventato così?
— Oh, mio signore! — disse Jaquez. — Se sapeste cosa ha visto Diego! Vostra altezza non crederebbe ai propri occhi!
— Che nuova assurdità è questa? — esclamò Manfred. — Datemi una risposta chiara, o per tutti i santi...
— Ebbene, mio signore, se vostra altezza vuol compiacersi di ascoltarmi — disse il poveretto; — Diego ed io...
— Sì, io e Jaquez — esclamò il compagno.
— Non vi ho forse proibito di parlare insieme? — disse il principe. — Tu, Jaquez, rispondi; quell’altro sciocco sembra più sconvolto di te: che succede?
— Mio grazioso signore — disse Jaquez, — se vostra altezza vuol compiacersi di ascoltarmi; Diego ed io, secondo gli ordini di vostra altezza, andammo in cerca della principessa; ma temendo di poter incontrare il fantasma del mio signorino, il figlio di vostra altezza, pace all’anima sua, dato che non ha avuto sepoltura cristiana...
— Ubriacone! — gridò Manfred in preda all’ira. — È solo un fantasma dunque, quello che hai visto?
— Oh, peggio, peggio, mio signore! — esclamò Diego. — Preferirei aver visto dieci fantasmi, tutti interi!
— Dio, dammi la pazienza! — disse Manfred. — Queste teste di legno mi fanno impazzire... Diego, sparisci! E tu, Jaquez, dimmi in una parola, sei sobrio? Stai vaneggiando? Una volta eri un essere ragionevole: quell’altro ubriacone si è spaventato ed ha spaventato anche te? Parla; cosa immagina di aver visto?
— Ebbene, mio signore — replicò Jaquez tremante, — stavo appunto dicendo a vostra altezza che dalla disgraziata calamità capitata al mio signorino, pace all’anima sua, nessuno di noi, servi fedeli di vostra altezza, e lo siamo veramente, mio signore, benché poveretti, dicevo, nessuno di noi ha osato mettere piede nel castello, se non in compagnia: così Diego ed io, pensando che la mia signorina potesse essere nella galleria grande, salimmo là per cercarla, e per dirle che vostra altezza voleva parlarle.
— Oh, sciocchi e confusionari! — gridò Manfred. — E nel frattempo lei è fuggita, perché voi avevate paura degli spiriti maligni! Ma come, tu, canaglia! Lei mi ha lasciato proprio nella galleria; venivo di là io stesso.
— Nonostante questo, può esserci ancora, per quel che ne so — disse Jaquez; — ma il diavolo mi porti, se la cercherò ancora là! Povero Diego! Non credo si riprenderà mai!
— Riprendersi da cosa? — chiese Manfred. — Non saprò dunque mai che cosa abbia terrorizzato questi bricconi? Ma perdo il mio tempo; seguimi servo! vedrò se è nella galleria!
— Per amor del Cielo, mio caro, buon signore — gridò Jaquez, — non andate nella galleria! Sono convinto che nella grande camera in fondo ci sia Satana in persona.
Manfred, che fin qui aveva considerato sciocco il terrore dei suoi servitori, fu colpito da questo fatto nuovo.

Ricordò l’apparizione del ritratto, e l’improvviso richiudersi della porta in fondo alla galleria: la voce gli mancò, e chiese sconvolto che cosa ci fosse nella camera grande.
— Mio signore — disse Jaquez, — quando Diego ed io arrivammo alla galleria, lui andò avanti, perché diceva di avere più coraggio di me. Dunque, quando entrammo in galleria, non trovammo nessuno. Guardammo sotto ogni sedile e ogni sedia, ma non trovammo nessuno neppure lì.
— I quadri erano tutti al loro posto? — disse Manfred.
— Sì, mio signore — rispose Jaquez; — ma non abbiamo pensato a guardarci dietro.
— Va bene, va bene! — disse Manfred. — Va’ avanti.
— Quando arrivammo alla porta della camera grande — continuò Jaquez — la trovammo chiusa.
— E non potevate aprirla? — disse Manfred.
— Oh! Sì, mio signore, volesse il Cielo che non l’avessimo fatto — replicò l’altro. — Anzi, non sono nemmeno stato io, è stato Diego: era diventato temerario, e voleva andare avanti, anche se io l’avevo avvisato di non farlo... Se mai aprirò di nuovo una porta chiusa...
— Non perderti in sciocchezze — disse Manfred rabbrividendo, — dimmi che cosa hai visto nella camera grande aprendo la porta.
— Io! Mio signore! — disse Jaquez. — Io non ho visto niente; ero dietro a Diego: ma ho sentito il rumore.
— Jaquez — disse Manfred in tono solenne, — te lo ordino per l’anima dei miei antenati, dimmi: che cos’hai visto, che cosa hai sentito?
— È Diego che ha visto, mio signore, non io — replicò Jaquez; — io ho solo sentito il rumore.

Diego aveva appena aperto la porta, quando lanciò un grido e corse via: corsi via anch’io, e dissi: «È il fantasma?». «Il fantasma! No, no», disse Diego, e i capelli gli stavano dritti in testa, «è un gigante credo: è tutto rivestito da un’armatura: ho visto il piede e parte della gamba, e sono grandi quanto l’elmo giù in cortile». Mentre diceva queste parole, mio signore, sentimmo un movimento violento ed il tintinnio di un’armatura, come se il gigante si stesse alzando; infatti Diego mi ha poi detto che crede che il gigante fosse sdraiato, poiché il piede e la gamba erano stesi per tutta la lunghezza sul pavimento. Prima che riuscissimo ad arrivare in fondo alla galleria, sentimmo la porta della camera grande sbattere dietro di noi, ma non osammo girarci a vedere se il gigante ci stesse seguendo. Anche se, ripensandoci, avremmo dovuto sentirlo, se ci avesse inseguito.

Ma per amor del Cielo, mio buon signore, mandate a chiamare il cappellano e fate esorcizzare il castello, perché sicuramente, sicuramente è stregato.
— Sì, vi prego, fatelo, mio signore — gridarono i servi tutti insieme, — o dovremo lasciare il servizio di vostra altezza.
— Silenzio, sciocchi! — disse Manfred. — E seguitemi; scoprirò cosa significa tutto questo.
— Noi! Mio signore! — gridarono tutti a una voce. — Noi non saliremmo nella galleria per tutto il patrimonio di vostra altezza.
Il giovane contadino, che era rimasto in silenzio, a questo punto parlò.
— Vorrebbe vostra altezza — disse — permettermi di tentare questa avventura? La mia vita non ha valore per nessuno: non temo nessun angelo malvagio, e non ne ho offeso nessuno buono.
— Il tuo comportamento è superiore al tuo aspetto — disse Manfred, osservandolo con sorpresa e ammirazione; — d’ora in poi ricompenserò il tuo valore. Ma ora — continuò con un sospiro — mi trovo in circostanze tali che non oso fidarmi di altri occhi che dei miei. Comunque, ti do il permesso di accompagnarmi.

Quando aveva seguito Isabella fuori dalla galleria, Manfred era andato dapprima direttamente nell’appartamento di sua moglie, pensando che la principessa si fosse rifugiata lì. Hippolita, che conosceva il suo passo, si alzò con ansia ed affetto per andare incontro al suo signore, che non aveva visto dal momento della morte del figlio. Lei avrebbe voluto gettarsi tra le sue braccia in un trasporto misto di gioia e di dolore, ma lui la spinse da parte sgarbatamente, e disse:
— Dov’è Isabella?
— Isabella! Mio signore! — disse Hippolita con stupore.
— Sì, Isabella — gridò Manfred imperiosamente; — voglio Isabella.
— Mio signore — replicò Matilda, che si rendeva di quanto quel comportamento avesse sconvolto la madre, — non è con noi da quando vostra altezza l’ha fatta chiamare nel suo appartamento.
— Dimmi dov’è — disse il principe; — non voglio sapere dov’era.
— Mio buon signore — disse Hippolita, — vostra figlia dice la verità: Isabella ci ha lasciate dietro vostro ordine, e non è ancora tornata... Ma, mio buon signore, ricomponetevi; ritiratevi a riposare: questo triste giorno vi ha sconvolto. Isabella ascolterà i vostri ordini domani mattina.
— Cosa? Allora sapete dov’è! — gridò Manfred. — Ditemelo immediatamente, non voglio perdere un istante. E tu, donna — rivolgendosi alla moglie, — ordina al tuo cappellano di mettersi immediatamente a mia disposizione.
— Suppongo che Isabella — disse Hippolita con calma — si sia ritirata nella sua camera: non è abituata a vegliare fino a quest’ora tarda. Mio grazioso signore — continuò, — lasciate che io sappia che cosa vi abbia turbato: Isabella vi ha offeso?
— Non seccarmi con le tue domande — disse Manfred, — ma dimmi dov’è.
— Matilda la chiamerà — disse la principessa; — sedete, mio signore, e riacquistate la vostra solita forza d’animo.
— Come, siete gelosa di Isabella? — replicò lui. — Perché volete essere presente al nostro colloquio?
— Buon Dio, mio signore! — disse Hippolita. — Cosa intende vostra altezza?
— Lo saprai molto presto — disse il principe con crudeltà. — Mandami il tuo cappellano, ed attendi qui i miei ordini. Con queste parole egli corse fuori dalla camera in cerca di Isabella, lasciando le dame sorprese, stupite dalle sue parole e dal suo furioso comportamento, ed immerse in vane ipotesi su ciò che egli stava meditando.

Manfred stava ora ritornando dal sotterraneo, scortato dal contadino e da pochi servi che aveva obbligato ad accompagnarlo. Salì lo scalone senza fermarsi, finché arrivò alla galleria, all’entrata della quale incontrò Hippolita ed il suo cappellano. Quando era stato congedato da Manfred, Diego era andato subito nell’appartamento della principessa, a dare l’allarme su quello che aveva visto.

Quella dama eccellente, che non dubitava più di Manfred della realtà della visione, finse tuttavia di considerarla un’allucinazione del servo. Poiché comunque voleva evitare al suo signore ogni ulteriore turbamento, e dato che una serie di dolori l’aveva preparata a non tremare nell’affrontarne, decise di sacrificarsi per prima, se il destino aveva stabilito l’ora presente per la loro rovina. Mandata a riposare la riluttante Matilda, che inutilmente chiedeva il permesso di accompagnare la madre, e scortata solo dal suo cappellano, Hippolita era andata nella galleria e nella camera grande: e adesso, con una serenità d’animo maggiore di quella che da molte ore non provava, andò incontro al suo signore, e gli assicurò che la visione della gamba e del piede giganteschi era una favola, e senza dubbio frutto dell’impressione prodotta dalla paura, e dall’ora buia e tetra della notte, nell’animo dei servitori: lei e il cappellano avevano esaminato la camera, e avevano trovato tutto nel solito ordine.
Manfred, per quanto convinto, come la moglie, che la visione non era stata un parto della fantasia, si riprese un po’ dalla violenta agitazione nella quale tanti eventi straordinari avevano fatto precipitare il suo animo. Vergognoso inoltre del proprio inumano comportamento verso una principessa che ricambiava ogni ingiuria con nuovi segni di affetto e di rispetto, egli sentì che anche nei suoi occhi si faceva strada un’espressione d’amore: ma non meno vergognoso di provare rimorso verso una donna contro la quale stava segretamente meditando un oltraggio ancora più atroce, dominò il desiderio ardente del suo cuore, e non osò piegarsi nemmeno alla pietà. Il mutamento successivo del suo animo fu verso la più assoluta malvagità.

Confidando nella immutabile remissività di Hippolita, non solo si illuse che lei avrebbe acconsentito sottomessa a un divorzio, ma che avrebbe anche obbedito, se questo era il volere di lui, nel cercare di convincere Isabella a concedergli la sua mano. Prima però di potersi abbandonare a questa orribile speranza, egli rifletté che Isabella era scomparsa. Tornando in sé, impartì ordini perché ogni via d’accesso al castello fosse sorvegliata severamente, e ordinò ai suoi domestici, pena la vita, di non far uscire nessuno. Ordinò che il giovane contadino, al quale si rivolse con benevolenza, restasse in una cameretta sulle scale, in cui c’era un pagliericcio, e la cui chiave portò via con sé, e disse al giovane che avrebbe parlato con lui al mattino. Quindi, congedando i suoi fedeli, e indirizzando una specie di burbero, breve cenno del capo ad Hippolita, si ritirò nella sua stanza.

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